giovedì 15 marzo 2012

Pensiero Profondo: Ogni posto....

"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da tè a osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro d’umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare."

(Tiziano Terzani,"Un indovino mi disse")


domenica 11 marzo 2012

Pensiero Poetico sul mese di Marzo


MARZO
Dopo la pioggia la terra
è un frutto appena sbucciato.
Il fiato del fieno bagnato
è più acre - ma ride il sole
bianco sui prati di marzo
a una fanciulla che apre la finestra.
(G.Caproni)

venerdì 24 febbraio 2012

L'Opinione:"La tempesta greca"

C’era da aspettarselo. I drastici tagli imposti alla Grecia da Angela Merkel stanno portando il paese sull’orlo del caos sociale e politico. La Germania non è riuscita a nominare un proconsole per imporre il suo controllo sul governo greco, allora l’ha fatto con il ricatto di non prestare più denaro alla Grecia, condannandola così alla bancarotta. La battaglia per difendere l’euro e le banche tedesche e francesi si combatte fino all’ultimo greco. Tagli di salari e pensionamenti forzati nel settore pubblico, riduzione della spesa pubblica al 6 per cento del pil, diminuzione del salario minimo a 600 euro al mese. Nel 2012 saranno licenziati 15mila dipendenti pubblici e da qui al 2015 circa 150mila. La disoccupazione è al 21 per cento e quest’anno raggiungerà il 26 per cento, mentre diminuiscono i sussidi di disoccupazione.Il paradosso è che questo brutale programma di tagli non sembra in grado di stabilizzare l’economia greca né di permettere al paese di pagare il suo debito in un futuro prevedibile. Nel 2010 il debito pubblico ammontava al 145 per cento del pil, nel 2011 è al 161,7 per cento. Anche con lo smantellamento di buona parte del welfare, soprattutto in ambito sanitario, si prevede che il debito pubblico sarà ancora del 120 per cento del pil nel 2020, il livello raggiunto nel 2008. Il deficit è dovuto alla spesa ma anche alla recessione dell’economia, aggravata dai tagli. Il pil è sceso del 4,5 per cento nel 2010 e del 5,5 per cento nel 2011, con una diminuzione del 2,8 per cento quest’anno e una previsione di stallo per il 2013.Quindi il governo deve continuare a vivere di prestiti, pagando tassi d’interesse superiori al 6 per cento: un debito insostenibile. La strategia attuale consiste semplicemente nel permettere al paese di continuare a pagare a tempo indeterminato il suo debito mentre l’economia si disintegra e la società si sfalda. Il governo di coalizione socialista-conservatore guidato dal tecnico Papademos – che era presidente della Banca di Grecia all’epoca in cui Goldman Sachs ha falsificato i conti pubblici – ha imposto l’austerità con alti costi politici. Ma dato che i due grandi partiti sono d’accordo nell’obbedire a Merkel, non esiste un’alternativa all’interno del sistema, anche se il 48 per cento dei cittadini preferirebbe che il paese dichiarasse bancarotta e non pagasse il debito, rispetto al 30 per cento che si oppone alla “soluzione islandese”. La base politica della grande coalizione continua a diminuire. Oggi i conservatori di Nuova democrazia hanno circa il 31 per cento dei consensi e i socialisti l’otto per cento. I comunisti sono saliti al 12,5 per cento, Siriza (i vecchi eurocomunisti) al 12 per cento, i verdi sono al 2,5 per cento e l’estrema destra al 5. È interessante l’ascesa di Sinistra democratica, guidata da Fotis Kuvelis, che si presenta come un movimento nuovo, lontano dai partiti tradizionali. Ha l’appoggio del 18 per cento degli elettori e potrebbe creare una coalizione alternativa contro i tagli.Per ora le proteste si moltiplicano e in alcuni casi sono violente. L’equivalente del movimento pacifico degli indignati in Spagna è solo una componente della rivolta. I comunisti e Siriza, altrettanto pacifici, partecipano a manifestazioni e a proteste con i sindacati del settore pubblico. Ma c’è un altro settore in una situazione molto precaria, composto soprattutto dai giovani protagonisti della protesta violenta del dicembre del 2008, scoppiata dopo la morte di Alexandros Grigoropoulos, uno studente di 15 anni ucciso dalla polizia.Da quella rivolta spontanea dei giovani contro la brutalità della polizia è nata una corrente radicale pronta allo scontro con le forze dell’ordine. La violenza non ha l’approvazione della maggior parte dell’opinione pubblica e danneggia gli obiettivi della protesta. Ma davanti a questa crisi interminabile e alle misure esasperanti imposte dai mercati finanziari e dai leader europei, cresce la voce di chi preferirebbe non pagare il debito, uscire dall’euro e convocare nuove elezioni, perché l’unanimità della classe politica imposta da Berlino e da Bruxelles ha portato il paese in un vicolo cieco. Questi sacrifici potranno solo rinviare il crollo di un’economia che non ha capacità produttive sufficienti per uscire da sola dalla crisi e deve anche pagare gli interessi di un debito esorbitante.Perché allora tanta insistenza sul salvataggio greco? Ovviamente l’uscita della Grecia dall’euro porterebbe a un attacco della speculazione finanziaria contro la moneta unica, mettendone in pericolo la sopravvivenza. Ma c’è di più: la punizione esemplare dei greci serve da avvertimento agli altri paesi indisciplinati. Ma ci si dimentica che a pagare sono i cittadini, i quali non hanno nessuna colpa dell’origine della crisi.Invece politici e finanza mantengono ricchezza e potere, razionalizzando per di più il sacrificio degli altri. La tragedia greca (che se continuiamo così sarà anche quella di tutta l’Europa) è economicamente, moralmente e psicologicamente insostenibile. Dai venti che seminiamo oggi potrebbero nascere tempeste inimmaginabili.di Manuel Castells (trad.F.Rossetti fonte internazionale.it)

martedì 7 febbraio 2012

I professori ....

I professori non sono tutti uguali, lo credo anche io....





I professori non son tutti uguali

Dice la televisione che fa freddo, dicono i giornali che il paese è nella morsa del ghiaccio, dicono tutti che non è mai stato così freddo da dieci, venti, trentadue, cinquantasette, duemilaventiquattro, ecc. anni.
Si susseguono esperti che dopo aver a lungo meditato sulla domanda “che tempo farà” rispondono “perturbato” e grandi maghi della salute che declamano austeri: se fa freddo copritevi bene. I medesimi che a luglio ci raccomandano di non esporci al sole cocente e di non indossare piumini e sciarpe.
Di questo si pasce l'inutile mente di masse popolari sempre più ignorate e ignoranti, perpetuando la vecchia regola del popolo stupido governato da gente che capisce. Come Monti, Passera, Fornero e Cancellieri.
E tutti a seguire il pifferaio che racconta balle, a farsi incantare dalla “crisi del gas”, prodroma del prossimo “professore” che ci spiegherà che se avessimo i rigassificatori non avremmo problemi, che se non vuoi rimanere al buio e al freddo ti devi godere le centrali a olio combustibile e se vuoi la benzina per la tua grossa e grassa automobile devi pagarla più dell'amarone.
Inutile biasimare quel 90% della popolazione supposta senziente ma che vaga nell'ignoranza di andata o di ritorno, come buoi ciechi seguono chi li tira per il naso. Non capirebbe nemmanco la questione avendo bisogno di un lungo periodo di riconversione all'arte del pensare.
Ma davvero dobbiamo rassegnarci all'idea che tutti i “Professori” siano concordi con quelli che i tavoli televisivi ci rappresentano? Davvero le nuove aule di formazione e di informazione sono dirette da Vespa, Fazio, Formigli, Lerner o Santoro?
Latori di “contraddizioni in termini” visibili anche a chi ha frequentato il secondo liceo seppur con scarso profitto diventano evocatori di grandi verità.
Immaginate La Prof.ssa Fornero che pontifica sulla necessità di abbandonare il contratto di lavoro a posto fisso. O la sua collega Prefetto Cancellieri. Non nego che la loro idea non possa essere espressa, ma non sarebbe più convincente se invece di un contratto a tempo indeterminato avessero un incarico di consulenza? Immaginate solo la Prof.ssa Fornero con la partita Iva che, ogni mese, deve fare la fattura all'Università e attendere di essere reincaricata, pagarsi i contributi da sola e non avere le ferie e la malattia. E lo stesso dicasi per la Cancellieri. Prefetto co.co.co.
La coerenza signori, la coerenza è un valore, altrimenti la credibilità finisce presto. Il Prof. Monti ha una grande credibilità all'estero perché vende l'Italia, ma qui in Italia la sua credibilità comincia a scemare. Non ha spiegato Monti come ha scelto ministri e sottosegretari e soprattutto se il posto fisso è monotono perché te lo porti fino alla pensione, quanto sarà monotono il posto di Senatore a Vita? Dal quale non si va, pensi Professore, nemmeno in pensione.
Da una casa di periferia di un piccolo comune salentino, avulso dal freddo e dalla neve, nel quale occorre vestire a strati perché a mattina inoltrata la temperatura è bella alta, mi allungo verso la città della Lupa, ad incontrare in aule dalle cattedre scassate, gli infissi sgarrupati, banchi e sedie da riformatorio settecentesco, dei ragazzi che dovremo convincere a studiare perché un giorno, forse, possano essere “Professori” anche loro.
Certo, a tutti coloro che mi diranno che il padre è in cassa integrazione, la madre fa la parrucchiera a domicilio e similari, adesso potrò dire: beati loro, loro si che non si annoiano!!!
P.S. Mario Monti, per piacere, sia chiamato Presidente o Senatore. Io sono Professore e non appartengo alla medesima categoria. Perché il titolo di professore lo si guadagna sul campo, ogni giorno, quello di Senatore a Vita o Presidente è una nomina. Spero, forse inutilmente, che molti colleghi abbiano a pensarla nello stesso modo.(di Pino De Luca)

martedì 24 gennaio 2012

Rivoluzione Borghese

L'epopea familiare e il mito dell'uomo di marmo, rafforzate nella adolescenza e nella prima gioventù dai valori di una educazione bolscevica, lontana un milione di miglia dal “permissivismo” e “libertarismo” con i quali la propaganda reazionaria ha bollato l'ideologia comunista, possono indurre all'immaginario fallace.
Ne fece per primo esperienza Karl Marx quando vide il suo sogno realizzato non già in una area a “capitalismo avanzato” bensì in un paese arretrato come era la Russia del 1917, ho il piacere di vivere anche io, che con Marx condivido tra l'altro l'anniversario: il giorno in cui egli morì io ho avuto il privilegio di nascere, ovviamente molti anni dopo.
Al centro della “Rivoluzione Liberale” dell'Italia, nel 2012, qualche centinaio di anni dopo le rivoluzioni liberali di Stati Uniti e Francia.
Archiviata al momento la “Rivoluzione proletaria” per assenza dei proletari (siamo tra i paesi nei quali si fanno in meno figli), la profezia del grande maestro Mario Monicelli prende forma.
Nel paese di Machiavelli, Gramsci e Benedetto Croce il conto con les citoyens è stato continuamente rinviato.
Rinviato durante il Risorgimento trasformatosi rapidamente da moto rivoluzionario a guerra di annessione e di ridefinizione gattopardesca dei poteri: tutto cambiò perché tutto fosse immutabile.

Rinviata dopo la Grande Guerra alla quale si rispose all'esigenza di ammodernamento con l'alleanza tra capitalismo becero, latifondisti, chiesa oscurantista generando l'Italia delle Corporazioni e quel fenomeno dittatoriale che avrebbe fatto scuola nell'intera Europa. Pochi rammentano infatti che il Fascismo nacque prima del Franchismo e del Nazismo e anche dello Stalinismo.
Presidenti della Repubblica si sono succeduti con coefficienti di apprezzamento colossali semplicemente perché in un paese di ciechi chi è orbo fa sempre il sindaco.
Ci siamo: la frutta. La cena è finita, occorre sparecchiare, lavare i piatti e pagare il conto.
La rissa si scatena, i più satolli pensano alla siesta e tocca chiamare i “tecnici” per risolvere la questione.
I Tecnici son coloro che, per anni, hanno pensato ai cavoli propri e ora, forti del fatto che intorno vi son solo mentecatti, assurgono al ruolo di “sistematori”.
Un governo liberale che nessuno ha votato prende la fiducia di un Parlamento che nessuno voterebbe e comincia a fare il lavoro “sporco” che pusillanimi e gaglioffi non hanno voluto o saputo fare. Un governo liberale che fa riforme liberal
i: liberalizza, sul serio e per davvero. I predecessori anche le hanno fatte. Hanno chiamato liberalizzazione la spartizione dei beni pubblici ad amici e amici degli amici.
Un governo pulito e di destra (sembra una contraddizione in termini per quello che è stata la destra in Italia) al quale non riesce a contrapporsi una forza politica pulita e di sinistra non comunista (anche questa sembra una contraddizione in termini per quello che è stata la sinistra non comunista in Italia) e allora la rivoluzione liberale va avanti e si incontra e si scontra con piccoli privilegi, grandi interessi e rendite di posizione. Destinate a soccombere perché in ritardo sulla storia passata immaginiamoci su quella futura.
Non gongolo per ciò che sortirà dalla rivoluzione liberale. Sarà un paese di individui liberi e diseguali, con l'animo del darwinismo sociale appena mitigato dalla solidarietà caritatevole di mecenati laici o di chiese accoglienti.
Spero Che non scorra troppo sangue e cadano le teste solo virtualmente, anche se la storia insegna che le rivoluzioni borghesi sono le più feroci e le più sanguinose.
Per noi che abbiamo immaginato un mondo diverso ci sarebbe una speranza, flebile ma esiste: dieci milioni di proletari, giovani africani con le loro legittime attese di una vita migliore e il loro bagaglio di senso morale possano invadere con il loro sangue giovane un paese vecchio e malato. Ma questa sarebbe un'altra storia …di Pino De Luca


sabato 14 gennaio 2012

Citazionando...Acqua

"Chi vuole privatizzare l'acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni."

-Erri De Luca-


sabato 31 dicembre 2011

Buon Anno



BUON ANNO A TUTTI?
NO, NON
A TUTTI
BUON ANNO
A CHI E' ONESTO

A CHI E' RISPETTOSO

A CHI VIVE NELLA PACE
A CHI E' AMOREVOLE
A CHI E' GIUSTO

-Papaverorosso-

martedì 13 dicembre 2011

Pensiero profondo...Il segreto delle Grandi Storie

"Il segreto delle Grandi Storie è che esse non hanno segreti. Le Grandi Storie sono quelle che abbiamo già sentito e che vogliamo sentire di nuovo. Quelle in cui possiamo entrare da una parte qualunque e starci comodi. Non ci ingannano con trasalimenti e finali a sorpresa. Non ci sorprendono con l’imprevisto. Ci sono familiari come le …case in cui abitiamo. Come l’odore della pelle del nostro amante. Sappiamo in anticipo come vanno a finire, eppure le seguiamo come se non lo sapessimo. Allo stesso modo in cui sappiamo che un giorno dovremo morire, ma viviamo come se non lo sapessimo. Nelle Grandi Storie sappiamo chi sopravvive, chi muore, chi trova l’amore e chi no. E ciò nonostante vogliamo sentirle un’altra volta.
In questo consiste il loro mistero e la loro magia.”

(da”Il Dio delle Piccole Cose” di Arundhati Roy)



sabato 3 dicembre 2011

Pensiero profondo...punti di vista


Talvolta ciò che per gli altri è grande e importante, guardato con gli occhi della semplicità e dell'essenzialità può apparirmi come un insieme vuoto.
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sabato 19 novembre 2011

Pensiero profondo...sofferenza

“Scopro con malinconia che il mio egoismo non è poi così grande visto che ho dato ad altri il potere di farmi soffrire.”

-Antoine De Saint Exupéry-



sabato 5 novembre 2011

Il valore negato dei prodotti tipici :Intervento di presentazione della Banca dei Gusti Mediterrònei


Ora io dovrei raccontare di comunicazione e del suo rapporto con i prodotti tipici, magari farvi vedere come il rapporto tra carenza di comunicazione e scarso su
ccesso dei prodotti possa esser precisamente calcolato o dare metodologie per la stima della correlazione tra turismo ed enogastronomia.
Non lo farò anche se, come tutti i secchioni, a ciò mi ero preparato.
Proverò invece a raccontarvi delle piccole storie, dovrebbero e
sser a tutti note ma temo che non tutti ne abbiano contezza, anche considerato il tasso medio di conoscenza di ciò che si svolge a più di mezzo metro dalla propria soglia e a più di un anno dalla data attuale.

La prima storia comincia nel 1974, la metà del 1974.
In Bangladesh vi fu una violenta inondazione che fece morire immediatamente decine di migliaia di persone e la carestia che ad essa seguì ne uccise diec
i volte tante. Un paese prostrato, completamente in ginocchio.
Quella disastrosa condizione economica suggerì a Muhammad Yunus, giovane laureato in economia all'universita di Vanderbit, a Nashville nele Tennessee, l'idea del microcredito, ovvero il finanziamento di attività piccole e piccolissime a chi non aveva alcuna garanzia. Lui fondò una banca per i miserabili, per i poverissimi. La Grameen Bank nacque nel 1976. trentanni dopo la Grameen Bank (Banca del villaggio in bangla) disponeva di molte migliaia di filiali e il suo tasso di restituzione del credito supera il 98%.
Certo vi sono delle critiche e delle criticità in questa esperienza ma non è mai accaduto, dal 1976 ad oggi, che una filiale della Grameen Bank sia fallita o abbia dovuto far ricorso a sostegno pubblico. Il problema principale è che finanzia moltissime donne (il 94% dei clienti) e questo non la fa risultare simpatica al mondo islamico integralista. In cambio, nel 2006, Yunus e la Grameen Bank hanno avuto il Nobel per la Pace.

Seconda storia.

La seconda storia riguarda le parole, le parole che utilizziamo, a volte a sproposito, cercando con esse di dare plastica rappresentazione a ciò che pensiamo o, molto spesso, di nascondere i nostri veri intenti. E le parole cambiano, si trasformano nel tempo e nel significato.
Prendiamo il termine Banca. In molti dialetti salentini la Banca era un particolare tipo di tavola, con il piano in legno massello e sollevabile, all'interno del
cassettone vi era la farina, gli strumenti per fare il pane e la pasta, nonché, spesso, anche le confetture e le conserve più pregiate. Insomma una specie di dispensa di leccornie e di officina nella preparazione dei dispensatori di carboidrati. Alle “Banche” più ricche non mancava il buco per il matterello e la collezione di ferri per i maccheroni o “cavaturi”. La Banca e la Cascia, che conteneva la dote, erano un dovere precipuo della sposa.
La Banca invece, quella dove si portava il libretto, anzi la libretta, era maschile. Si chiamava Banco. Ora il genere è cambiato. Il Banco è la Banca e la libretta è il libretto.

Terza Storia
Negli anni del boom economico, subito dopo la seconda guerra mondiale, una possente ondata migratoria spinse i giovani del sud verso il norditalia da ricostruire. Giovani poco istruiti e figli di una cultura contadina, spesso in condizioni bracciantili o di servi della gleba. I settentrionali, con una punta di razzismo, appellarono Terroni coloro che dalla terra venivano. E anche
noi siamo terronia secondo l'ignorante vulgata dipinta di verde. Una terronia speciale, immersa nel mare, e allora come il Mediterraneo è il mare che sta in mezzo alle terre, così la Mediterronia è la terra in mezzo al mare Mediterraneo, io la battezzo così.

Le storie son terminate, da queste storie occorre trarre una morale come per tutte le storie.
Il XXI-esimo secolo è cominciato con gli anni del grande imbroglio, nel 2008-09 si è sgonfiata la bugia più grande della storia ovvero che l'economia e la finanza sono fra lor quasi equivalenti. In realtà sono due facce di una medaglia falsa, tanto è importante l'economia tanto è tarocca la finanza. Il crollo delle alchimie finanziarie è stato come l'alluvione in Bangladesh nel 1974. Invece di uccidere persone (e qualche volta lo ha fatto) ha ucciso aziende

. La aziende uccise hanno provocato carestia e difficoltà in tutti i settori della vita economica del paese.
Sopravvivono realtà piccole e piccolissime, custodi di grandi tesori che sono il prodotto delle mani, della cultura di donne e uomini che abitano la terra in mezzo al mare.
Tesori che erano messi nella Banca della Dote e che ora è tempo di mettere a frutto nella Banca dei Gusti. Con realizzazioni che permettano a chiunque di poterne godere, sapendo che la crisi colpisce tutti e che la capacità di spesa di ciascuno è limitata.

Prodotti genuini per persone genuine, portate in giro dalle filiali della Banca dei Gusti Mediterronei della quale, qui , potete vedere una configurazione. Una Banca pronta ad andare in Tutto il Mondo, sappiamo che tutti ne sanno leggere la propria lingua e tutti sanno cosa contiene.
Così ho immaginato il marketing territoriale, fatto dalle
mani dei produttori e dai frutti del loro lavoro e della loro intelligenza. Ho provato a fare il sarto: cucire la sapiemza millenaria dei coltivatori con la sapienza millenaria della cultura accademica, due sapienze millenarie che appartengono all'Italia e che, messe insieme, forse non vinceranno il premio Nobel per la pace ma sicuramente potranno restituire speranza e sorriso a chi ne è stato privato per anni.(di Pino De Luca)

lunedì 24 ottobre 2011

Il valore negato dei prodotti tipici


Siamo in periodo di crisi, uno di quei periodi nei quali il vecchio è putrido e il nuovo stenta a venire alla luce. E quando ciò accade ci si rifugia nell'unico dei peccati capitali pubblicamente confessabile senza esporsi al ludibrio collettivo: il peccato di gola. Ed è così che Chef e Cuoche, meglio se affettati i primi e zie, nonne e affini le seconde, diventano dei veri e propri personaggi mediatici prestando la loro fama e la loro voce anche ad improbabili pubblicità che tentano di far “digerire” mediaticamente dei prodotti mediamente immangiabili.

Per quale ragione però, i produttori degli ingredienti (di qualità) tanto utilizzati non hanno il benché minimo spazio nella rappresentazione mediatica?

Esclusi alcuni appuntamenti come “Linea Verde” e l'abnegazione di Roberto De Petro che da un quarto di secolo s'occupa di produzione alimentare dai campi alle cantine per Telenorba, il resto è fiorir di minipimer, sbattiuova e casseruole di varia specie governati da personaggi tanto lesti di lingua quanto di mano.

Noi crediamo, come dicon tutti, che alla base di una buona cucina ci sono buone materie prime e, come dicon pochi, se vogliamo buone materie prime, il ciclo produttivo deve esser probo, assicurare la giusta remunerazione ai componenti della filiera nel rispetto dell'ambiente in cui si svolge.

Gli alimenti, qualora ce lo fossimo dimenticato, son tutti prodotti dell'agricoltura, ovvero della relazione tra umani e territorio sviluppata e affinata in secoli e secoli di storia capaci di determinare scienza e conoscenza che, in molti casi, ha legato indissolubilmente un prodotto al suo contesto. In qualcuno di questi casi diventando perfino sineddoche. Lardo (Colonnata); Parmigiano (Reggiano); Barolo (Langhe); Primitivo (Manduria); Capocollo (Martina Franca); Cellina (Nardò); e così potremmo proseguire per lunga pezza.

È nato il concetto di tipicità, ovvero di condensato di storia e cultura all'interno di un prodotto polisensoriale come può esserlo un alimento. La tipicità è quindi un valore straordinario, sostanzialmente una miniera alla quale attingono a piene mani Cuoche e Chef per preparare le loro preziose pietanze.

Ne consegue che ragionare sullo sfruttamento intelligente di questi tesori può e deve essere primario interesse per tutta la filiera che in esso è coinvolta, dal bracciante immigrato, maestranza nella coltivazione del pomodoro Regina o del tondo di Galatina, al comunicatore che disegna packaging e rappresentazione.

Ma la filiera è sbilanciata, tralascia segmenti, mostra punti deboli, rischia d'essere infranta dalla pressione dell'omologazione e dell'alimentazione senz'anima.

Occorre allora una vasta, vastissima e continua operazione culturale oltre che colturale. Occorre un processo educativo che informi i consumatori sulle diverse qualità (e proprietà) delle materie prime che si usano in cucina, che aiuti i produttori in modo che una parte della ricchezza ad essi ritorni per poter continuare a svolgere il loro ciclo produttivo, che tenga nella giusta considerazione le maestranze che sono, in definitiva, le articolazioni operative attraverso le quali il condensato di scienza e conoscenza diventa prodotto.

Questa erculea operazione socio-economico-culturale di conservazione, ricerca e formazione non può che far fulcro in chi ne ha strumenti e obiettivo istituzionale ovvero l'Università. E qui che può nascere un centro di coordinamento e stimolo per rendere un settore, il cui ultimo segmento è universalmente apprezzato, esplicito nelle sue parti e fattore di sviluppo e ricchezza.

Proveremo a parlarne venerdi 28 ottobre 2011 nella sala del rettorato alle 16.00, sperando che ci sia qualcuno ad ascoltare e a portare il proprio contributo.

Paradosso dei paradossi è che chiamiamo avanzata una società nella qualeil settore primario è ridotto all'osso (nei paesi “sviluppati” gli addetti all'agricoltura sono meno del 7-8% della popolazione) e dimentichiamo che negli ultimi anni, in Italia, chi ha dato contributo positivo al PIL è proprio l'agricoltura … ma questa è un'altra storia.

Prof. Luigi DE BELLIS
Università del Salento

Prof. Pino DE LUCA
ITIS “E. Fermi” - Lecce




sabato 8 ottobre 2011

Citazionando:Mancanza

“C’è una poesia nel tempio,incisa nella pietra,intitolata “mancanza”.Ci sono solo tre parole ma il poeta le ha cancellate perché la mancanza non si può leggere,si può solo avvertire.”

(Arthur Golden,”Memorie di una Geisha”)

domenica 25 settembre 2011

Pensiero Poetico :"Quando l'erba crescerà sulla mia tomba"


Quando l'erba crescerà sulla mia tomba,
sia lì il segno che mi si dimentichi del tutto.
La Natura mai si ricorda, per questo è bella.
E se si prova il bisogno morboso di "interpretare"
L'erba verde sulla mia tomba,
dite pure che continuo a verdeggiare e ad essere naturale.
Credo al mondo come a una margherita,
perché lo vedo... Ma non penso ad esso,
perché pensare ad esso non è capirlo...
Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui,
(pensare fa male agli occhi)
ma perché lo guardiamo con un senso di accordo...
Io non ho filosofia, ho dei sensi.
Se io parlo della Natura, non è che sappia ciò che è,
ma perché l'amo, e l'amo per la ragione
che colui che ama mai non sa quel che ama,
né sa perché ama, né cos'è amare.
Amare è l'innocenza eterna,
e l'unica innocenza è quella di non pensare.
(Fernando Pessoa)


sabato 17 settembre 2011

L'opinione: Invidiosi?

Putin ha dichiarato a un congresso di imprenditori che chi critica le notti brave del suo amico Silvio è un invidioso. Il gerarca russo appone la sua firma d’autore all’ideologia che ha dettato legge negli ultimi decenni: il Pensiero Unico Turbomaterialista, il cui acronimo PUT richiama benevolmente il suono di una flatulenza. Secondo tale visione maschilista e totalizzante del mondo, gli esseri umani desiderano soltanto fare orge, intascare mazzette e sculettare in tv, non necessariamente in quest’ordine. È inconcepibile che qualcuno possa nutrire interessi culturali, romantici, spirituali. Quindi chi fa la morale al PUT è come la vecchietta di De Andrè, che dava buoni consigli solo perché non poteva più dare cattivo esempio.

Ora, nessuno è privo di vizi. Ma contesto l’idea che tutti desiderino quella roba lì. Io, per dire, fra una cena con Steve Jobs e una con la consigliera regionale vestita da suora, preferirei conoscere il vecchio Steve, anche vestito normalmente. Il fatto che i media (mea culpa) intervistino le squinzie invece delle ricercatrici, non significa che tutte le ricercatrici ambiscano a diventare squinzie. Esistono ricercatrici felici di esserlo (purtroppo lavorano all’estero), come esistono anziani rappacificati con se stessi che la sera vanno a letto con un buon libro e magari con una persona che amano, ricambiati. E certo non invidiano chi esibisce o ricerca corpi rifatti, volgarità e ignoranza. Vede, signor Putin, non siamo invidiosi. Solo un po’ imbarazzati per quelli, come il suo amico, che non sono più capaci di ascoltare la voce provvidenziale della vergogna.(di Massimo Gramellini,lastampa.it)

sabato 27 agosto 2011

L'opinione:Scioperare è una cosa seria

L'Italia è travolta da un terremoto. Gli Italiani, nella loro veste di Italioti hanno finalmente scoperto che quando si va al ristorante prima o poi arriva il momento di pagare il conto. Il fatto è che i tanti che hanno sbafato pranzi e cene a credito, adesso vanno dai gonzi digiuni di saldare la fattura. E qui l'Italia degli imbecilli si scatena. I mantenuti devono decidere chi deve pagare e ognuno tutela, o prova a tutelare, i suoi amici e a scaricare sui compari del suo socio in parassitismo il grosso della spesa. E gli imbecilli son li pronti a genuflettersi verso chi li fa pagare di meno, ormai così abituati a essere imbecilli che nemmeno si domandano perché devono pagare. La chiamano manovra, eufemismo per dire in quale hangar il missile spesa andrà ad infilarsi, qualcuno desidera la brutalità qualcun altro cerca di distribuire almeno un po' di lubrificante in modo che chi sta intorno al buco abbia a ringraziare per la scarsa sofferenza. Naturalmente c'è chi protesta, fra questi una classe di lavoratori particolari: i lavoratori del pallone. Proprio non riescono a mandar giù il fatto che debbano pagare alcune tasse, disabituati da sempre, e allora scendono in sciopero. Siccome questi giovanotti hanno spesso stipendi da nababbi si è scatenato sui social forum, sui giornali e ovunque uno sdegnoso movimento di protesta che fa circolare messaggi come questo: “Mio caro calciatore, potrai permetterti di scioperare quando: 1) il tuo stipendio mensile non superi i 1000 euro mensili. 2) quando la tua sveglia,comprata a 0.50 centesimi dai cinesi ti suonerà 6 giorni su 7 alle 6:30 del mattino. 3) Quando inizieranno ad arrivarti le bollette di luce,acqua,gas,telefono,assicurazione auto,bollo auto,canone TV, ricariche del cellulare a TUE SPESE... Ecco,allora potrai PERMETTERTI di scioperare....” Verificato che la gran parte di chi scrive questa idiozia e la fa circolare è un tifoso di calcio e verificato che lo è molto spesso anche chi guadagna 1000 euro al mese, sorge spontanea una qualche domanda: Ma per quale ragione ad un calciatore si pagano 20 milioni di Euro all'anno e ad un Prof. di Fisica Nucleare meno di 24 mila?Chi ha permesso che questo accadesse? Se gli amministratori di una società come la Fiat fanno le pulci agli operai a 1300 Euro, e gli stessi pagano centinaia di milioni di euro per la squadra di calcio ci sarà una ragione … Non è difficile: chi mette i soldi lo fa per avere un ritorno e quindi se paga cento milioni di euro un calciatore vuol dire che ne ricava almeno centomilioni e uno di euro altrimenti è un pessimo amministratore e alla lunga fallisce come è successo a molti, falliti o fatti fallire. E allora in questa diatriba tra calciatori milionari e società milionarie prima di prender parte ragioniamoci un momento. Le società sono i padroni e i calciatori i lavoratori: l'antica classificazione dovrebbe spingerci dalla parte dei lavoratori. Poi c'è il concetto di reciprocità: quando i lavoratori delle fabbriche sarde, quelli di Pomigliano e di Mirafiori, i braccianti extracomunitari e i ricercatori precari dell'università sono stati messi in mezzo alla strada quanti calciatori sono scesi in piazza per difenderli? In quanti spogliatoi sta a cuore l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? In quante ville con piscina sono preoccupati per la pensione delle “partite IVA” illuse da Berlusconi e complici (diventa imprenditore di te stesso ve lo ricordate?)? Forse perdiamo solo tempo a discutere di calciatori e società, forse è ora che il calcio riprenda la sua nobile funzione educativa invece di essere l'ennesima arma di distrazione di massa. Io mi occupo dello sciopero generale del 6 di settembre. Il calcio? Mi riservo di darlo nel sedere a chi continua a chiedere sacrifici a chi si sacrifica da sempre. di Pino De Luca

lunedì 22 agosto 2011

L'opinione:Mal Comune

Avevamo chiesto i tagli della politica. I tagli però, non i ragli. Anziché dimezzare il numero e i benefit dei parlamentari, il governo crede di tenerci buoni segando a casaccio i piccoli Comuni. Il tessuto connettivo di un Paese che è composto di mille villaggi. Il suo apparato cellulare. L’unica istituzione in cui l'italiano medio si riconosca. Un provvedimento di tale portata avrebbe dovuto essere il frutto di un restauro complessivo dell’architettura dello Stato. Invece da noi le riforme vengono fatte così: una alla volta, a rate, come capita. Penso ai poveri sindaci dei paesi del mio Piemonte, costretti a decrittare il proprio destino dalla lettura impervia di un decreto scritto di corsa e male. Per giunta a Ferragosto, con i prefetti in ferie che non possono neanche dare delucidazioni.

Si è capito che i Comuni sotto i mille abitanti dovranno consorziarsi con quelli adiacenti per raggiungere la fatidica quota cinquemila, ma poi si scopre che non è esattamente così, che ogni regola ha cento eccezioni e che al Sud la mafia si appresta a sfruttare queste fusioni a freddo per mettere direttamente le mani sugli apparati pubblici. Bene, anzi male. Volete sapere quale risparmio formidabile ci porterà la disarticolazione del sistema nervoso dei Comuni? Sei milioni di euro. Su una manovra di 50 miliardi. Poco più di quanto ci costa ogni anno il ristorante della Camera: 5 milioni e mezzo. Proporrei uno scambio secco: ci teniamo i piccoli Comuni e obblighiamo i deputati a iniziare uno sciopero della fame contro se stessi. (Massimo Gramellini,LaStampa.it)

giovedì 4 agosto 2011

Mondo:Somalia, la carestia si espande tra violenze e debolezze del governo

Le Nazioni Unite hanno decretato lo stato di carestia ad altre tre regioni somale. Il quadro generale si aggrava, dunque, mentre gli aiuti alimentari continuano ad essere difficili per gli ostacoli posti dalle milizie islamiche Al Shabaab, come è accaduto nella città meridionale di Kismayo, la terza città del Paese. Intanto dilagano anche le violenze e le uccisioni di civili anche da parte dei militari Amison
di CARLO CIAVONI

ROMA - La carestia si estende come una coltre nera sulla Somalia, sotto il quale milioni di persone muore di stenti o si muove in cerca di luoghi per sopravvivere, affrontando viaggi infiniti a piedi, che si concludono in giganteschi campi profughi, già stracolmi da altri disgraziati segnati dallo stesso destino. Nel frattempo in altre tre regioni somale è stato ieri decretato lo stato di carestia. Si tratta della regione di Barandor, che comprende l'area di Mogadiscio; quella di Afgooye e quella di Shabeele, in particolare le aree agro-pastorali nei distretti di Balcad e Cadale nel Medio Shabelle. Si lamentano, intanto nuovi ritardi negli aiuti umanitari, dovuti alle difficoltà di accesso in alcune aree del paese controllate dalle milizie Al Shabaab, come è avvenuto a Kismayo, nel sud, la terza città somala, dove le milizie islamiche hanno impedito la distribuzione degli aiuti alimentari.

I numeri dell'emergenza.
Ad oggi, le stime fornite dall'Onu parlano di 3,7 milioni di persone, in tutto il Corno d'Africa, per le quali si richiede un urgente intervento di assistenza e 3,2 milioni che invece hanno bisogno un aiuto immediato per non morire Sei ONG del network AGIRE 1operano in Somalia con programmi di assistenza umanitaria nelle zone colpite dalla carestia (CESVI 2, CISP 3, COOPI, 4 COSV 5,Intersos 6 e Save the Children 7). Grazie a una presenza storica nel paese e a rapporti consolidati con le comunità e i partner locali, le ONG sono pressoché le uniche organizzazioni umanitarie in grado oggi di portare soccorso alla popolazione, superando gli ostacoli posti dalla situazione di instabilità e conflitto in cui versa il Paese. Un Paese con un governo di transizione, debole ed eterodiretto, che ad oltre 15 giorni dal suo insediamento ufficiale, solo oggi ha dato vita alla sua prima riunione.

Mezzo milione in pericolo di vita. Nel corridoio di Afgooye, costruito sul tracciato e lungo le rovine della strada nazionale che collegava Mogadiscio a Baidoia, circa mezzo milione di persone sono in pericolo di vita. "I primi ad avere complicazioni mediche sono i bambini - dice Mohamed Luqman, operatore somalo di INTERSOS che da settimane coordina la distribuzione di cibo, acqua e beni di prima necessità agli sfollati accampati in quest'area - la continua malnutrizione a cui sono stati esposti negli ultimi mesi li ha indeboliti al punto tale che faticano a reagire. Possiamo salvarli dalla morte solo attraverso preparati iper-proteici" LEGGI TUTTO

martedì 5 luglio 2011

L'opinione:Abili e Disabili

Il vero problema non è la disabilità, anzi la disabilità non è nemmeno un problema, è solo una parola monca. Disabile in sé non ha alcun significato, è come dire abile. La trasmigrazione del pensiero associa le parole con attributi di valore.

“Costui è disabile” ha una caratterizzazione di giudizio che dal punto di vista semantico è assolutamente apodittica. “Costui è molto abile” o “Costui è poco abile” son sempre affermazioni senza alcun significato specifico.

Per definire l'abilità, e quindi la disabilità, occorre aggettivare in modo specifico, solo la definizione costituisce meto di giudizio compiuto.

Sicché “Costui è inabile a scalare una montagna” implica che non stiamo parlando di un buon alpinista, inducendo un metro di giudizio negativo in un contesto, ininfluente in tanti altri.

“Costui è molto abile a rubare i portafogli sugli autobus affollati” indica un borseggiatore professionista, soggetto che per qualcuno può certamente essere indicato come esempio da seguire ma che, in generale, non dovrebbe appartenere alla pletora dei comportamenti degni di lode.

Persone mediamente abili nella logica sapranno cercare e trovare moltissimi esempi per spiegare il concetto.

Paradossalmente coloro che si ritengono “abili” fanno una estrema confusione tra i “costrutti sociali” e le leggi di natura. Ad esempio coloro che seguono il PEI hanno una certificazione delle competenze, mentre i “normali” sono affrancati da questa incombenza e associati alla “auerea mediocritas” le cui scale son definite da punti numerici che semplicemente “semplificano” educando al concetto di massa informe e gerarchizzata da codici interni. L'abile scompare diventando un sessanta, un ottanta financo un cento ma perde le abilità certificate, semplicemente perché nessuno è in grado di farlo per la semplice ragione che delle abilità da certificare ne possiede solo alcune …

Abbiamo esaminato un sordo profondo, non segue il PEI e parla con la voce metallica tipica di chi quel suono conosce. Didascalico, completo e, ovviamente, incapace di cogliere connessioni tra discipline che appartengono a piani differenti. Non si potrà mai chiedergli di descrivere l'emozione come il canto del grillo di una notte di mezza estate, ma nell'eseguire dei compiti con efficienza e accuratezza non avrà rivali se ne ha volontà.

Ho esaminato un candidato presentatoci come “eccellente”, lo ho esaminato personalmente con un colloquio come dovrebbe esser fatto, rilevando una preparazione a macchia di leopardo con veri baratri nella conoscenza di alcune discipline. Abilità certificabili nessuna, potenzalità nella norma. Per non deludere i presentatori gli ho dato il massimo, sperando che i colleghi comprendano che l'effetto alone è ineliminabile ma non può essere determinante, che l'attribuzione di un valore diventi indipendente dal grado di somiglianza del valutato con il valutatore. Bisogna sempre guardarsi dalla tentazione dell' ecco, io, per esempio … Il tremendo Narciso che s'annida nelle nostre viscere ci fa credere davvero di essere degli esempi, ma per l'appunto il Narciso è nelle viscere, noi dovremmo ragionare con la testa, specialmente se ci riteniamo normodotati o, peggio, in qualche cosa abili.

Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera.”(PinoDe Luca)

venerdì 1 luglio 2011

Citazionando:Saper ascoltare

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"... Molte mete: la cascata, il lago, le rapide, il mare, e tutte le mete venivano raggiunte, e a ogni meta una nuova ne seguiva, e dall'acqua si generava vapore e saliva in cielo, diventava pioggia e precipitava giù dal cielo, diventava fonte, ruscello, fiume, e di nuovo riprendeva il suo cammino, di nuovo cominciava a fluire.
Ma l'avida voce era mutata. Ancora suonava piena d'ansia e d'affanno, ma altre voci si univano a lei, voci di gioia e di dolore, voci buone e cattive, sorridenti e tristi, cento voci, mille voci.
Siddharta ascoltava. Era ora tutt'orecchi, interamente immerso in ascolto, totalmente vuoto, totalmente disposto ad assorbire; sentiva che ora aveva appreso tutta l'arte dell'ascoltare. Spesso aveva già ascoltato tutto ciò, queste mille voci nel fiume; ma ora tutto ciò aveva un suono nuovo.
Ecco che più non riusciva a distinguere le molte voci, le allegre da quelle del pianto, le infantili da quelle virili, tutte si mescolavano insieme, lamenti di desiderio e riso del saggio, grida di collera e gemiti di morenti, tutto era una cosa sola, tutto era mescolato e intrecciato, in mille modi contesto. E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo.
Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita..."(Hermann Hesse,Siddharta)

lunedì 27 giugno 2011

Pensiero goloso:La cozza piccin(n)a ...

Ci fu un tempo, prima che il pane fosse condiviso, un tempo in cui l'umano era troppo primitivo per saper coltivare. Era il tempo del nomadismo, della raccolta e della caccia, della necessità di misurarsi con il pericolo, di scegliere se rischiare la vita in lotte cruente o condannare all'inedia se stessi e la propria prole. Cacciare: uccidere o rimanere uccisi, la terribile altalena della natura non lasciava scampo.

Eppure in qualche caso raccogliere e cacciare coincidono, luoghi e tempi fortunati possono congiungere le cose. Catturare le lumache era senz'altro la più semplice delle forme di caccia. Per millenni gli esseri umani hanno potuto nutrirsi dei molluschi con la casa appresso.

Gli antichi Greci ne erano così ghiotti che inventarono un apposito attrezzo per poterle estrarre dal guscio: il kochliàrion da cui deriva senza dubbio alcuno il più moderno cucchiaio.

La umile lumaca ha conservato il patrimonio genetico dei disarmati e dei più gracili consentendo anche a loro la sopravvivenza. La Puglia annovera due lumache edibili: Helix aperta o Cantareus apertus (municeddhra, uddhratieddhru, munaceddhra ecc..) e la più popolare Euparypha pisana (cuzzeddhra o cozza piccinna).

Della prima ne parlammo tempo fa, la seconda mi consente di chiudere questo bellissimo viaggio durato tre anni, mi consente di farlo con grande piacere anche perché la cuzzeddhra, è inserita ormai nell'atlante dei prodotti tipici pugliesi.

Io la preparo contaminando il suggerimento di Massimo Vaglio, massimo mentore riguardo alle erbe selvatiche del tacco d'Italia.

La cuzzeddhra o cozza piccinna si raccoglie di questo periodo nei campi popolati da vegetazione secca alla quale si fissa dondolando al sole, più semplice acquistarla da uno dei tanti venditori professionisti.

Le cozze piccinne vanno lavate accuratamente e lasciate qualche minuto in acqua fredda in modo che si sveglino e si evidenzi l'esistenza di qualche conchiglia il cui abitante è defunto. Si mettono quindi sul fuoco in una casseruola colma d'acqua e si lasciano bollire per una decina di minuti avendo cura di schiumare. A cottura ultimata io le scolo per bene, le verso in una zuppiera con un fondo di OEVO e due spicchi d'aglio, cospargo di sale grosso e di abbondante origano, copro lascio intiepidire. Nel sughetto ci inzuppo il pane casereccio e mangio le cuzzeddhre qualche volta aiutandomi con uno stuzzicadenti o con il più basso dei rebbi di una forchetta comune piegato verso l'interno, più spesso succhiandole direttamente dal guscio e aspirandone il profumo mentre il frutto delizia il palato. Da bere il Grecomusc' della Cantine Lonardo, senza alcun dubbio. Lo so che non è Salentino ma noi siam qui per deprovincializzarci e sorridere.

Termina qui un viaggio splendido, lungo tre anni, fatto di incontri, scambi, panorami splendidi, qualche salita ripida e qualche pezzo di strada sconnessa. Un percorso bellissimo di memoria e di prospettiva futura, di angoli nascosti e di cieli aperti, cose alle quali siamo così abituati da dimenticare che sono rarità e privilegi dei quali possiamo godere.

Mangiare è essenziale per la vita di ciascuno, cibarsi è il fondamento della vita sociale. Non v'è rito, usanza, patto sociale nel quale il “mangiare insieme” non sia suggello di concordia. L'evangelica moltiplicazione di pani e pesci, la trasmutazione di Cana, l'eucaristia sono solo alcuni esempi della sacralità nella nutrizione collettiva.

Che sia lento il vostro desinare, come la lumachina, e permetta di conversare di ascoltare e di conoscere, si vive meglio questa vita e, forse, anche la prossima.

Quando sarà da assegnarci l'eventuale contrappasso, m'immagino il divino cancelliere che dice di chi ci precede: “ha massimamente sbranato”, e il supremo giudice: “che sia sbranato per l'eternità ...”; “ha massimamente affettato”, e il supremo giudice “che sia affettato per l'eternità”; e al nostro turno “ha massimamente … ehm... assunto lumache aspirandole direttamente dal guscio”. Vedere la faccia del supremo giudice che deve assegnarci la pena non ha prezzo!

A settembre ci ritroveremo, rinnovati e rutilanti. E ricordatevi che il convivio sconfigge la solitudine. Con osservanza.(Pino De Luca)


domenica 19 giugno 2011

Politica:Uscire dall'incubo con gli occhi aperti

Lo so, è in ritardo, non é sulla notizia e nemmeno urlato. Forse a nessuno importerà e deluderà chi voleva, da me, sapere delle amministrative, dei referendum e del terremoto politico.

Ma rimango della convinzione che per capire bisogna chiudere gli occhi, come faceva il mitico Poirot, sedersi e pensare, lasciare che le piccole cellule grigie mettano in ordine, almeno in uno dei millanta possibili ordini, le schegge impazzite che volteggiano nei cieli di questo 2011. Forse i Maya avevano ragione, forse per davvero il 2012 sarà l'anno della fine del mondo. Almeno del mondo che conosciamo, governato da regole che non funzionano più, che sono incapaci di rispondere alle esigenze di chi il mondo popola e vuole continuare a popolare. Dovrei cominciare, a rigore, dai massimi sistemi. Troppo lungo e tedioso. Comincio dal minimo: la fine dell'incubo berlusconiano sbocciato, come tutti gli incubi, per indigestione.

Per decenni l'amorfa moltitudine dei singoli ha ingoiato pessimi comportamenti, mascherati da discorsi profumati e dai colori accattivanti, sapori speziati che nascondevano merce avariata e maleodorante. L'amorfo popolo, privo delle difese che organizzazioni severe e financo plumbee implose per l'evolvere della storia hanno garantito per qualche decennio, è stato esposto e trascinato nel gozzoviglio.

Ha ingurgitato liberamente robaccia, anche quella venduta al mercato nero da chi lasciò la lunga strada della dirittura morale e della rigorosità personale per imboccare quella della “cultura di governo”. Intendendo con quest'ultima sostanzialmente l'arte di fottere il prossimo dopo aver fottuto tutti quelli che venivano prima.

Poi però si è trattato di digerire, e la natura deve fare il suo corso. Qualcuno ha vomitato, altri hanno vissuto la dissenteria, altri ancora si sono ammalati di fegato.

Tutto questo poteva continuare tranquillamente se l'unico mezzo di nutrizione fosse stato il canale di distribuzione del mangime predigerito. Ma un piccolo mercato si è sviluppato, la grande piazza elettronica ha permesso che i piccoli contadini della cultura del vicolo potessero scambiarsi i loro alimenti. Il lievito madre conservato da qualcuno ha fatto lievitare la farina che qualcun altro aveva nella madia. Il vino buono ha fatto capolino e l'olio, la frutta, la carne e le uova hanno ricominciato a circolare. Dapprima piano, poi sempre di più fino a diventare valanga. E la valanga non risparmia nulla e nessuno, la valanga è fatta di nuovi entusiasmi, di voglia di esserci e anche di grande conoscenza. Essa rivolterà ogni cosa, cambierà il panorama, sovvertirà dal profondo il supermercato dei contenitori di plastica con dentro gli alimenti di plastica.

L'antica profezia sul costruttore di corda si è avverata. Non c'è scampo al grande flusso di redistribuzione della popolazione, alla necessità di vivere il lavoro come realizzazione di sé stessi oltre che come fonte di reddito, alla necessità di provare ad essere felici insieme invece che da soli.

Lo dicono le elezioni? Lo dicono i referendum? Lo dice la rete? Anche, forse, sicuramente. Ma lo dicono soprattutto l'ignoranza dei commentatori più accreditati, l'arroganza dei potenti che non contano nulla, l'affanno dei politici che non comprendono, l'inadeguatezza del sistema dell'istruzione che vuole aprire con chiavi arrugginite delle porte elettroniche a variabili biometriche, le parole di leader che parlano a sale vuote come le loro parole.

A me lo hanno detto, plasticamente, due eventi vissuti: un gruppo di giovani organizzato da un gruppo di giovani ha messo su una performance artistica bellissima, innovativa, colta e, ohibò, produttiva. A Lecce, città del Sud e come tale abbastanza sonnacchiosa nei confronti del nuovo, spesso afona anche verso l'ardito. Ho visto Federica, la ragazza che mi ha invitato, viva, con gli occhi pieni di determinazione. Belle cose, alcune splendide, una mi ha colpito immediatamente: la fila! Fame e sete di conoscenza, e fiducia nei giovani da parte di una fila di “noi” che di giovanile ne sbandieriamo ormai solo spirito. Straordinario.

L'altra è un po' più grande. 18 giugno, festa nazionale di Slow Food. Trecento piazze per il cibo buono, pulito e giusto. Sfuggita di mano a tutti. Un movimento di popolo che si raduna, si organizza le piazze sono trecento, mille, tremila. Ogni luogo diventa piazza di connessione, di convivio, di racconto di costruzione, di speranza. Organizzazioni perfette. Lavoro, economia che gira, felicità tramutata in PIL.

Che tristezza aspettare Pontida, discutere di Tremonti e di Brunetta, vedere persone di Governo e di Potere in fila da un cialtrone come Bisignani per avere un favore, per un piccolo privilegio, per una camarilla.

Che gioia vedere la piazza della FIOM colma, sentire Benigni e Travaglio, Santoro e Vauro e i giovani che stanno insieme agli operai.

Chi non vede il futuro è cieco.

All'entusiasmo, all'intelligenza si sta unendo l'organizzazione. E questo è il principio di una mutazione rivoluzionaria. Noi adulti abbiamo il dovere di farla sbocciare, in avanti. Dobbiamo proporre persone serie che aiutino il processo. Persone alle quali affidare le redini con la missione primaria di rendere distinguibile potere e governo, di assoggettare il primo al secondo. La nostra meravigliosa Costituzione spiega per bene come fare.

Di liberare l'Italia dai ricatti di imbroglioni da due lire, di liberare i ricattati dalle spade di Damocle, di scrivere, per una volta, la vera storia di questo paese, senza omissis e senza reticenze.

Ai giovani, d'età e d'animo, auguro di essere protagonisti. Dite un secco no a chi, per scacciare l'incubo, propone un bel sogno.

È tempo di aprire gli occhi, il mondo nuovo ha bisogno di verità. Buon lavoro ragazzi.(di Pino De Luca)