martedì 29 marzo 2011

Mondo:"Il cimitero dei martiri e il disertore di Ijdabiya"

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Saleh Khamis Elanuani era venuto a portar via la famiglia di suo zio dall'inferno. All'ultimo check point controllato dai ribelli l'avevano avvertito dei rischi, ma non aveva altra scelta. Doveva portarli via prima che i miliziani di Gheddafi prendessero il controllo della città. Sono passati tredici giorni da allora e la sua macchina Toyota Camry bianca, è ancora ferma sul ciglio della strada davanti alla moschea della porta est della città. La portiera aperta, crivellata di colpi. Saleh invece giace senza vita in una cella frigorifero dell'ospedale di Ijdabiya. Quando Abdallah gli solleva il lenzuolo dal volto, mi giro dall'altra parte per allontanare dagli occhi l'immagine del cervello che gli esce da dietro la testa. Gli hanno sparato alla nuca. Un colpo solo. Giustiziato. La vita di Saleh è finita così. Abdallah si avvicina e lo bacia sulla fronte. È un martire, dice con un misto di commozione e di sollievo. La verità è che è finita. L'assedio di Ijdabiya, dopo 13 giorni di combattimenti è cessato stanotte.

Da due giorni un anziano sheikh della città aveva tentato inutilmente di negoziare una resa con le truppe di Gheddafi. All'ennesimo rifiuto, ieri è entrata in azione l'aviazione degli alleati. Hanno bombardato a mezzanotte. Le postazioni delle milizie di Gheddafi erano tre. Pochi uomini, ma una forza di fuoco incomparabile con quella dell'armata degli insorti. Sul campo, tra la sabbia, abbiamo contato i resti di 29 carri armati, cinque lanciamissili Grad e una ventina di fuoristrada. Innocue ferraglie deformate dalle esplosioni e annerite dal calore. I pezzi di lamiera sono sparsi ovunque. E una folla di curiosi li fotografa e li smonta per portarsi a casa una bomba, una lamiera, una scarpa o il bossolo di un proiettile. Qua e là, stese sul terreno, ci sono delle coperte di lana verdi. Le avevano messe stamattina per coprire i corpi carbonizzati degli uomini di Gheddafi morti nel bombardamento. Almeno una sessantina, secondo i testimoni. Alla fine della giornata però non siamo riusciti a capire dove li abbiano seppelliti. Al cimitero di Ijdabiya, c'è posto soltanto per le tombe dei martiri.

Il custode del cimitero della città è un signore sudanese sulla cinquantina, del Kordofan, si chiama Jafira. Posa la carriola e ci accompagna in ciabatte. Le tombe dei martiri sono in fila una dietro all'altra. Scarne come vuole la tradizione: una gittata di cemento, una pietra all'altezza della testa e un'altra all'altezza dei piedi. Ma rese ancora più anonime dal fatto che nessuna ha una lapide, per il semplice fatto che la maggior parte dei martiri sono sconosciuti. I più fortunati hanno una kefya annodata da qualche amico a una pietra. E il nome scritto con un chiodo di ferro nel cemento ancora fresco. Dall'inizio dell'assedio, lo scorso 14 marzo, il custode del cimitero di morti ne ha contati 81. Sia civili che insorti. Uccisi sotto i bombardamenti, o colpiti dai cecchini, dai missili e dalle granate dei carri armati.

Gli effetti dei bombardamenti sono ancora visibili. Soprattutto nei quartieri Atlas, 7 October, Sharaa Tarabulus e Sharaa Istanbul. I missili sembrano essere stati lanciati a caso, senza un obiettivo in particolare, soltanto per distruggere e terrorizzare. Vediamo decine di case devastate e addirittura una scuola colpita da un missile e una moschea centrata due volte da un carro armato. Fortunatamente la maggior parte degli abitanti avevano lasciato la città tra lunedì e martedì della settimana scorsa, quando iniziarono i bombardamenti aerei dell'aviazione di Gheddafi sul fronte. Altrimenti il numero di morti avrebbe potuto essere molto più grande. L'ospedale è stato risparmiato, ma tre medici sono ancora dispersi: il neurochirurgo Reda Zuwari, il cardiologo Driss Boushari, e l'anestetista Ali Barq, che fra l'altro è pure cittadino britannico. La loro ambulanza è stata ritrovata crivellata di colpi. E da quel giorno, di loro non c'è più traccia.Leggi tutto

domenica 20 marzo 2011

Citazionando...Adulazione

L'adulazione non viene mai dalle anime grandi, è appannaggio degli spiriti piccini, che riescono a rimpicciolirsi ancor più per meglio entrare nella sfera vitale delle persone intorno a cui gravitano.
(Honoré de Balzac)
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giovedì 10 marzo 2011

L'opinione: "Ipocrisia"

Perché il popolo della pace non scende in piazza contro Gheddafi? Probabilmente perché il leader libico non è il vero problema. L’Europa e gli Stati Uniti hanno bisogno di Gheddafi e degli altri dittatori della regione. Il 17 per cento della popolazione mondiale usa l’80 per cento delle risorse del pianeta. I tiranni che in questi giorni vengono abbattuti sono stati partner affidabili e soci preziosi di governi di destra e di sinistra, di aziende grandi e piccole, di banche e di società petrolifere. Hanno garantito prezzi relativamente stabili e condizioni ragionevoli, in cambio di soldi (per se stessi) e di appoggio politico e militare. Per farlo hanno oppresso i loro popoli. Impedendogli di votare, di parlare, di informarsi, di andare a scuola, di lavorare, di spostarsi, di vivere una vita dignitosa. Da anni, milioni e milioni di persone subiscono una forma di coercizione che qualunque europeo o statunitense non sopporterebbe per più di un minuto. Ma prima di scendere in piazza contro Gheddafi, dovremmo protestare con chi finora ha fatto affari con lui. Dovremmo spiegare a chi ci governa che non accettiamo più nessuna ipocrisia: basta con i dittatori che affamano i loro cittadini per riscaldare le nostre case. Siamo pronti? Giovanni De Mauro(da internazionale.it)

martedì 8 marzo 2011

8 marzo non solo mimose..


Milioni di donne

Milioni di donne
dipanano la vita nel chiuso
di pareti stinte.
Il pianto del bambino di notte
le unisce all'uomo di fianco
e divide
per la sacralità del suo sonno.
Poi viene il tempo
di fare la riga ai capelli
e riannodare le trecce sciolte,
viene il tempo
di soffiare nasi
e lavare ginocchia sbucciate.
Milioni di donne - così -
ad aspettare partenze e distacchi:
ed è sempre l'alba - ai risvegli
il volto è sempre bianco di stanchezza.
Ancora
milioni di donne non sanno
i respiri di betulla
- soltanto la fatica dei giorni -
non sanno i desideri e le braccia
ma solo gli affanni
e i ventri svuotati
che crescono silenzi
nei corpi sconfitti.

-Adriana Scarpa-

mercoledì 2 marzo 2011

17 marzo: Celebrazione o ricorrenza?


La TV commerciale, irrompendo su un popolo incolto e senza protezione intellettuale, è stata come una metastasi che invade un essere privo di anticorpi. Lo ha trasformato, plasmato, rendendolo a sua immagine e somiglianza.
La TV commerciale ha completamente invertito il rapporto tra esistenza e apparenza: prima di essa s'appariva in quanto esistente, dopo di essa si è esistiti in quanto apparenti.
E allora apparire è diventato essenziale, essenziale nel senso più profondo: appaio quindi sono, e l'animale più adattivo della biosfera s'è adattato. Per apparire si può fare qualunque cosa, non v'è etica che possa frenare l'istinto di sopravvivenza e se per sopravvivere bisogna apparire non v'è etica che può fermare l'esigenza di apparire.
Per apparire e perché l'apparizione sia interessante dev'esser partigiana, non ha spazio la noiosa moderazione, la lenta meditazione o la stucchevole buona educazione. Bisogna essere estremi, sopra le righe, non importa se nel giusto o nell'errato, basta essere eccessivi.
Sei una onesta meretrice da 50€ a botta? La TV non ti vuole, prendi 300€ solo per enunciare il diminutivo di Pompeo? Ti facciamo interviste a gogò e ti diamo pure un bell'incarico pubblico.
Sei un truffatore di paese? Ma chi ti fila … Saccheggi i risparmi di centinaia di migliaia di allocchi? Puoi raccontare la tua verità tutte le volte che ti pare nei salotti con telecamera annessa.
E così di seguito … E l'infezione è devastante, colpisce tutti almeno un po' e i sintomi si manifestano inevitabilmente ad ogni occasione.
Adesso siamo tutti investiti dalla celebrazione (o ricorrenza) del 17 marzo. E tutti a scomodare anime patriottarde o post-asburgiche, tifoseria garibaldina e richiami neo borbonici. Italiche genti che, per apparenza televisiva, permettono a dipendenti assenteisti del Ministero della Cultura di fregiarsi d'aggettivi come “colto” e “intelligente” quasi fossero sinonimi di “comiziante” e “scafato”.
E allora via! Chi la spara più grossa? Roberto Benigni, comico splendido, trasmissione più seguita dagli italiani spiega l'Inno d'Italia. Che meravigliosa forma di satira: un comico mostra ad un Paese intero la crassa ignoranza del suo popolo, mostra quanto sia inutile la scuola e quanto sia pappagallesco il canto di schiere di giovani in divisa ai quali nessuno ha spiegato il significato delle parole che hanno salutato per almeno un anno della loro vita, fieri di dire quel “Si” urlando e impettiti a guardare il drappo tricolore che sventola. E loro, tapini pronti a morire per esso, non sanno perché sia Verde, Bianco e Rosso a bande di uguale dimensione e non sanno nemmeno che questo è scritto nella Carta Costituzionale (altro argomento del quale tutti fanno finta d'aver contezza ...).
L'ha fatta grossa Benigni, e ha avuto grande eco. Allora qualcuno, astuto, si prende la briga di rintuzzare facendo le pulci: scopre eccidi dei garibaldini, termini come annessione e repressione si sprecano. Come se un comico dovesse scrivere la storia, ma poi la storia … Chi si prende la briga di leggerla? Chi non legge nemmeno l'Inno della Patria? Ma le pulci servono per apparire, per esser chiamati in TV a ragliare “altri punti di vista”, non importa se giusti o sbagliati ma intanto si va in TV, si appare, testimoniando alla platea dei cultori di immagine un'altra inutile esistenza.
Ha bisogno d'essere esplorato il primo Risorgimento e anche il secondo, sapendo che di paradossi e contraddizioni è fatta la Storia del Mondo e, ovviamente, anche quella Italiana.
17 Marzo. 1942: a Bergen-Belsen viene inaugurata la prima camera a gas di un campo di concentramento nazista; 1971 si scopre il tentativo di colpo di Stato messo in atto da Junio Valerio Borghese; 1981, Villa Gioia, Castiglion Fibocchi provincia di Arezzo, è la villa di Licio Gelli. In essa vi è la lista degli iscritti alla Loggia P2.
Ma è anche il centocinquantesimo della proclamazione del Regno d'Italia. Era il 1861 e lo festeggeremo cantando l'Inno di Mameli, scritto nell'autunno 1847, vietato ai tempi dei Savoia e diventato Inno d'Italia dopo la proclamazione della Repubblica Italiana. Paradossalmente il 17 marzo 1805 la prima esperienza di Repubblica Italiana, detta Cisalpina con capitale Milano, naufragava consegnandosi all'ala protettrice dell'Imperatore Napoleone I e deponendo il tricolore.
Non apparirò in TV per questa nota e nemmeno per altre, ma posso garantire che, paradossalmente, esisto. Spero solo che qualcuno, leggendola, abbia spento la TV o, almeno, ne abbassato il volume.
W l'Italia (di Pino De Luca)