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mercoledì 12 gennaio 2011

L'opinione:Vicolo cieco in Medio Oriente di Noam Chomsky

Mentre è impegnato a espandere illegalmente le colonie ebraiche in territorio palestinese, il governo israeliano cerca anche di affrontare due problemi: una campagna d’opinione internazionale che Israele considera una “delegittimazione” – cioè criticare i suoi crimini – e un’altra campagna parallela di legittimazione della Palestina.

La “delegittimazione” ha fatto un passo avanti a dicembre, quando Human rights watch ha invitato Washington a “ridurre i finanziamenti a Israele per una cifra corrispondente al costo del sostegno israeliano agli insediamenti”.

L’organizzazione ha chiesto anche di controllare quali contributi esentasse versati da gruppi statunitensi a Israele finanzino violazioni del diritto internazionale. Anche il processo di legittimazione ha compiuto un passo in avanti a dicembre, quando Argentina, Bolivia e Brasile hanno riconosciuto lo Stato di Palestina (Gaza e Cisgiordania), portando a più di cento il numero delle nazioni che lo sostengono.

Secondo il giurista internazionalista John Whitbeck, l’80-90 per cento della popolazione mondiale vive in paesi che riconoscono la Palestina, mentre solo il 10-20 per cento vive in stati che riconoscono il Kosovo. Ma siccome gli Stati Uniti riconoscono il Kosovo e non la Palestina, i mezzi d’informazione di tutto il mondo trattano le due realtà in modo totalmente diverso.

Considerata la scala degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, da dieci anni si dice che un accordo internazionale basato su una soluzione a due stati è impossibile (anche se la maggior parte del mondo la pensa diversamente). Quindi chi ha a cuore i diritti dei palestinesi dovrebbe sperare che Israele occupi tutta la Cisgiordania e che poi una lotta antiapartheid di tipo sudafricano faccia ottenere la piena cittadinanza alla popolazione araba.

Questa tesi presume che anche Israele vorrebbe l’annessione. Invece è molto più probabile che Israele voglia incorporare una buona metà della Cisgiordania, senza assumersi responsabilità sul resto.

Così risolverebbe il “problema demografico” – troppi non ebrei nello stato ebraico – e nel frattempo taglierebbe fuori l’assediata Gaza dal resto della Palestina. Ma l’analogia tra Israele e il Sudafrica è interessante. Una volta creato l’apartheid, i nazionalisti sudafricani bianchi si resero conto che stavano diventando uno stato paria della comunità internazionale.

Nel 1958 il ministro degli esteri informò l’ambasciatore statunitense che la condanna dell’Onu non avrebbe avuto importanza finché il Sudafrica avesse avuto il sostegno degli Stati Uniti.

Durante gli anni settanta l’Onu impose un embargo sulle armi, seguito da campagne di boicottaggio e di disinvestimento. Il Sudafrica reagì con il preciso intento di far infuriare l’opinione pubblica internazionale, con sanguinosi raid militari nei campi di rifugiati dei paesi vicini. Le analogie con il comportamento di Israele oggi sono impressionanti. Basti pensare all’attacco a Gaza del gennaio 2009 e a quello alla Gaza freedom flotilla del maggio 2010.

Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981 garantì pieno appoggio al Sudafrica e all’apartheid. E nel 1988 l’African national congress di Nelson Mandela fu definito da Washington “uno dei più noti gruppi terroristici”.

Poco tempo dopo, però, la politica americana cambiò. Gli Stati Uniti e il Sudafrica capirono che i loro interessi finanziari sarebbero stati avvantaggiati dalla fine dell’apartheid. E così il sistema collassò rapidamente. Il Sudafrica non rappresenta l’unico caso recente in cui la fine del sostegno statunitense a un crimine ha portato a progressi significativi.

Un cambiamento potrebbe avvenire anche nel caso di Israele? Tra gli ostacoli più consistenti ci sono gli stretti legami militari e di intelligence tra gli Stati Uniti e Israele. Il più esplicito sostegno ai crimini israeliani viene infatti dal mondo degli affari. L’industria high-tech statunitense è connessa con la sua controparte israeliana e in questo campo la collaborazione è strettissima.

Inoltre in ballo ci sono fattori culturali importanti. Il sionismo cristiano precede di molto quello ebraico, e non è limitato a quel 30 per cento di americani che crede nella verità letterale della Bibbia. Esprimendo un punto di vista già allora diffuso nell’élite statunitense, Harold Ickes, segretario agli interni di Franklin Delano Roosevelt, descrisse la colonizzazione ebraica della Palestina come un traguardo “senza precedenti nella storia della razza umana”.

Esiste inoltre una solidarietà istintiva degli statunitensi verso una società fondata sugli insediamenti coloniali, vista come una replica della storia americana da un’ottica imperialista.

Per uscire dall’impasse è necessario abbattere l’illusione per cui gli Stati Uniti sono un “onesto intermediario” che cerca di riconciliare tra loro avversari recalcitranti, e ammettere che un negoziato vero dovrebbe essere condotto con Israele e Stati Uniti da una parte e il resto del mondo dall’altra. Se i centri di potere statunitensi saranno costretti dai cittadini a riconoscere la Palestina, molte speranze che oggi sembrano remote potrebbero diventare realizzabili.(trad.A.Sparcino,da internazionale.it)

domenica 3 maggio 2009

Mondo:"Il cappuccino di Zuma "di Binyavanga Wainaina

Zuma sembra avere desideri e sogni che non sanno di cappuccino. E noi abbiamo paura...Qualche anno fa sono tornato in Sudafrica per una breve vacanza. E mi sono fermato a Johannesburg per vedere dei vecchi amici. Se la passavano bene e non abbiamo parlato di politica. Abbiamo parlato di case in città: chi ne ha una, chi due.
Di auto comprate o prese in leasing: il leasing è meglio, perché così puoi cambiare auto ogni anno. I miei amici hanno studiato economia all'università, e fanno parte dei cosiddetti empowerment babies, i figli della generazione nera del post-apartheid che guadagnavano stipendi da favola e lavoravano per banche e cose simili a Johannesburg.
Sembrava tutto normalissimo. In ogni aeroporto dove andavo vedevo queste persone che bevevano il loro cappuccino, tutte giovani e ben curate, tutte con ricchi stipendi, tutte in grado di raccontare qualcosa sui musei di Barcellona o sull'idroterapia del colon o sulle feste di Amsterdam.
Una cosa univa questa nuova classe nera: la finanza. Sembrava che lavorassero tutti nella finanza. Io no, ma lo facevano moltissimi miei amici in tutto il mondo, e quindi conosco bene il gergo del settore.
Sapevo, per esempio, che se qualcuno trovava un lavoro da Citi era una buona cosa. Ma non sapevo perché. Sapevo che c'era la finanza con la minuscola e quella con la maiuscola. Cioè sapevo che non dovevo esaltarmi se qualcuno mi diceva di essere un direttore di banca: quella non era Finanza.
La Finanza non gestiva le banche, quella era roba vecchia come la musica folk. La Finanza si interessava di hedge fund, investiva sui mercati emergenti, speculava sul rublo, riconfezionava i mutui, faceva copia e incolla, si sbizzarriva in operazioni matematiche da capogiro. Era come il jazz. No, come l'hip hop: campionava di qua e di là e dopo poche ore di copia e incolla creava un grande successo su YouTube.
L'idea di passare dieci anni a studiare la chitarra e cinque a studiare canto, per poi esibirsi per quarant'anni in piccoli bagni pubblici e alle stazioni degli autobus, mettendo da parte pochi risparmi e usando gli scarsi profitti per crescere, era superata, era la maledizione dei banchieri all'antica, come la musica folk. In questi tempi postmoderni, invece, la tecnologia, i mercati e YouTube stavano riplasmando il mondo.
Io ero entusiasta di tutte queste cose. Appena due anni fa sembrava che il mondo fosse un grande sito web e che bastasse usare delle password per renderlo a nostra immagine e somiglianza.
Nell'era del touch screen la rivoluzione dei telefoni cellulari avrebbe sostituito le idee, l'ideologia e l'immaginazione. Le operazioni bancarie via sms avrebbero unito l'operatore di borsa di Lagos al cliente di Johannesburg.
Così, quando due anni dopo abbiamo saputo che Jacob Zuma si candidava a presidente, siamo rimasti senza parole. Quest'uomo, con idee molto originali sui preservativi, un'istruzione elementare, poligamo e con un modo di parlare in pubblico che sembrava lontanissimo dal copia e incolla, era il richiamo del passato terribile.
Sapevamo che c'era bisogno di una migliore educazione tecnologica per gestire l'economia nell'era degli sms. E che invece persone come Zuma si arrabbiavano solo perché non erano connesse alle reti informatiche. Non sapevano che avremmo potuto inventare delle reti informatiche in zulu con traduttori simultanei e che potevamo aiutarle a fare delle transazioni su Hong Kong anche se erano analfabete.
Dovevano semplicemente parlare in zulu nel loro iPhone e si sarebbe aperto un pop up che indicava la probabilità statistica che una vendita andasse o meno a buon fine.
Oggi Zuma è presidente del Sudafrica e noi abbiamo paura. Abbiamo molta paura delle bestie che potrebbe liberare e che noi di certo non conosciamo, perché l'uomo sembra avere desideri e sogni che non sanno di cappuccino. Lui ce li ha da prima che arrivassero i nostri software sofisticati; mentre noi eravamo impegnati ad andare dallo psicoterapeuta, a riscoprire la nostra identità, a finanziarci con soldi presi in prestito o a fare altro.
In realtà molti di noi non avevano tempo da dedicare a Zuma, perché eravamo occupati a scoprire, dopo il crollo dei mercati, che la stagione del fondamentalismo religioso era una stagione di fondamentalismi globali e che anche noi eravamo dei pentecostali del mercato.
Come tutti gli altri, abbiamo visto la nostra enorme chiesa implodere e i nostri pastori coinvolti in scandali sessuali. Abbiamo scoperto che le guarigioni istantanee erano un inganno, che i miliardi di calcoli dei computer non intaccavano il comportamento umano. Che il mercato era un animale primitivo com'era nel Vecchio testamento.
Abbiamo creduto che un semplice gesto potesse riplasmare il mondo. Pensavamo, senza ombra di dubbio, senza lo scetticismo che ci era stato insegnato a scuola, di essere la generazione che avrebbe fatto premere un tasto al mondo e che lo avrebbe proiettato nel ventitreesimo secolo. E ora? (fonte internazionale.it)