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domenica 17 aprile 2011

Membri di Hamas tra i sequestratori di Vittorio Arrigoni

Prima i silenzi delle autorità di Hamas, che fino a ieri sera non avevano rivelato i nomi delle quattro o cinque persone arrestate per il barbaro assassinio di Vittorio Arrigoni.

Poi le accuse, arrivate da PalVoice, sito internet riconducibile a Fatah, il partito del presidente Abu Mazen rivale degli islamisti che governano Gaza: il gruppo che ha rapito e ucciso l’attivista italiano «fa parte delle Brigate alQassam, braccio armato di Hamas». Infine, in tarda serata, una parziale ammissione di colpevolezza da parte degli islamisti al potere nella Striscia: Farid Bahar e Tamer alAlhasasnah, due dei «salafiti» catturati, sono tuttora in organico nei servizi di sicurezza di Hamas.

Che la ricostruzione finora fornita fosse piena di lacune ieri era ormai evidente perché, a due o tre giorni dal sequestro di Arrigoni che potrebbe essere stato preso già mercoledì sera, gli investigatori palestinesi non avevano chiarito praticamente nulla di un’azione dall’epilogo tragico condotta con modalità a dir poco da principianti.

Gli arrestati sarebbero in tutto cinque: le forze di sicurezza di Hamas hanno catturato ieri tre persone (tra cui anche due «esecutori» del delitto) e due l’altro ieri. Tra loro, oltre a Farid Bahar e Tamer alAlhasasnah ci sarebbero un quindicenne e un sedicenne. La posizione di uno dei fermati si starebbe alleggerendo, mentre restano ricercati almeno altri tre membri della «cellula salafita» di cui facevano parte i due uomini di Hamas.

Uno dei presunti assassini, assicura una fonte di Gaza city, frequentava la stessa palestra dove Vittorio si allenava quasi tutti i giorni. L’omicidio, mediante strangolamento, secondo la nostra fonte sarebbe stato compiuto «in maniera individuale», senza che i componenti del presunto gruppo salafita «abbiano ricevuto indicazioni da alcun leader».

Il primo punto oscuro riguarda proprio il tragico, inedito epilogo del sequestro. Non era mai accaduto che a Gaza un rapimento di un occidentale finisse in tragedia. Certo c’è sempre una prima volta ma, sottolinea Khalil Shaeen, amico di Arrigoni e vice direttore del Centro palestinese per i diritti umani «se chi l’ha rapito voleva ottenere popolarità col sequestro, con l’assassinio ha raccolto il risultato opposto, perché Vittorio qui da noi era molto amato, soprattutto tra i più umili».

Più probabile che, come ha dichiarato il portavoce del ministero degli interni di Hamas Ehab alGhassain, «la loro intenzione era dall’inizio di ucciderlo, perché il crimine ha avuto luogo poco dopo il suo rapimento». Sembrano confermarlo il pesante colpo di cui ci sono segni sul capo e lo stato quasi di coma in cui Vittorio sembra ver sare nel video di «rivendicazione». Il filmato costituisce un’altra stranezza di questa vicenda: è dilettantesco, non tipico di un gruppo che miri ad accreditarsi presso formazioni più importanti. Gli aguzzini di Vittorio inoltre avrebbero utilizzato il nome di una cellula salafita distrutta due anni fa a Rafah (nel sud della Striscia) da Hamas.

Inoltre alcuni gruppi salafiti più strutturati hanno parlato ieri di «cellula fuori controllo». Ad uccidere il pacifista italiano sarebbero state in somma «schegge impazzite». Nessuno gruppo esistente, riconosciuto, vuole assumersi la responsabilità di questo crimine orrendo.

Insomma un gruppo di terroristi in erba, a cui il sequestro sarebbe sfuggito di mano. Islamisti ultraradicali, attivi già da qualche anno e con un retroterra di criminalità (contrabbando soprattutto) cacciati dalle file di Fatah e poi di Hamas, come sottolineano fonti dei servizi italiani con una lunga esperienza a Gaza.

Non si capisce però perché questi piccoli «salafiti» abbiano scelto come obiettivo proprio un personaggio così popolare tra i palestinesi come Arrigoni e perché siano stati sconfessati dai loro stessi mentori subito dopo il drammatico epilogo della loro maldestra iniziativa.

Nelle ultime settimane Vittorio aveva partecipato più volte alle iniziative del «Manifesto di Gaza», un’aggregazione di giovani che chiede la fine della lotta intestina HamasFatah e un rapido ritorno all’unità nazionale dopo la sanguinosa rottura del 2007, quando Hamas cacciò da Gaza le forze di sicurezza e i politici di Fatah. Un’eventuale riappacificazione di Fatah con Hamas porterebbe inevitabilmente quest’ultima più lontana dal «messaggio originario» dell’islam a cui i salafiti si rifanno.

Inoltre alle manifestazioni per chiedere un governo unitario partecipano giovani di entrambi i sessi, una «promiscuità sessuale» considerata assolutamente inaccettabile per i fondamentalisti islamici.

Michelangelo Cocco(da "Il manifesto" - 17 aprile 2011)

mercoledì 12 gennaio 2011

L'opinione:Vicolo cieco in Medio Oriente di Noam Chomsky

Mentre è impegnato a espandere illegalmente le colonie ebraiche in territorio palestinese, il governo israeliano cerca anche di affrontare due problemi: una campagna d’opinione internazionale che Israele considera una “delegittimazione” – cioè criticare i suoi crimini – e un’altra campagna parallela di legittimazione della Palestina.

La “delegittimazione” ha fatto un passo avanti a dicembre, quando Human rights watch ha invitato Washington a “ridurre i finanziamenti a Israele per una cifra corrispondente al costo del sostegno israeliano agli insediamenti”.

L’organizzazione ha chiesto anche di controllare quali contributi esentasse versati da gruppi statunitensi a Israele finanzino violazioni del diritto internazionale. Anche il processo di legittimazione ha compiuto un passo in avanti a dicembre, quando Argentina, Bolivia e Brasile hanno riconosciuto lo Stato di Palestina (Gaza e Cisgiordania), portando a più di cento il numero delle nazioni che lo sostengono.

Secondo il giurista internazionalista John Whitbeck, l’80-90 per cento della popolazione mondiale vive in paesi che riconoscono la Palestina, mentre solo il 10-20 per cento vive in stati che riconoscono il Kosovo. Ma siccome gli Stati Uniti riconoscono il Kosovo e non la Palestina, i mezzi d’informazione di tutto il mondo trattano le due realtà in modo totalmente diverso.

Considerata la scala degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, da dieci anni si dice che un accordo internazionale basato su una soluzione a due stati è impossibile (anche se la maggior parte del mondo la pensa diversamente). Quindi chi ha a cuore i diritti dei palestinesi dovrebbe sperare che Israele occupi tutta la Cisgiordania e che poi una lotta antiapartheid di tipo sudafricano faccia ottenere la piena cittadinanza alla popolazione araba.

Questa tesi presume che anche Israele vorrebbe l’annessione. Invece è molto più probabile che Israele voglia incorporare una buona metà della Cisgiordania, senza assumersi responsabilità sul resto.

Così risolverebbe il “problema demografico” – troppi non ebrei nello stato ebraico – e nel frattempo taglierebbe fuori l’assediata Gaza dal resto della Palestina. Ma l’analogia tra Israele e il Sudafrica è interessante. Una volta creato l’apartheid, i nazionalisti sudafricani bianchi si resero conto che stavano diventando uno stato paria della comunità internazionale.

Nel 1958 il ministro degli esteri informò l’ambasciatore statunitense che la condanna dell’Onu non avrebbe avuto importanza finché il Sudafrica avesse avuto il sostegno degli Stati Uniti.

Durante gli anni settanta l’Onu impose un embargo sulle armi, seguito da campagne di boicottaggio e di disinvestimento. Il Sudafrica reagì con il preciso intento di far infuriare l’opinione pubblica internazionale, con sanguinosi raid militari nei campi di rifugiati dei paesi vicini. Le analogie con il comportamento di Israele oggi sono impressionanti. Basti pensare all’attacco a Gaza del gennaio 2009 e a quello alla Gaza freedom flotilla del maggio 2010.

Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981 garantì pieno appoggio al Sudafrica e all’apartheid. E nel 1988 l’African national congress di Nelson Mandela fu definito da Washington “uno dei più noti gruppi terroristici”.

Poco tempo dopo, però, la politica americana cambiò. Gli Stati Uniti e il Sudafrica capirono che i loro interessi finanziari sarebbero stati avvantaggiati dalla fine dell’apartheid. E così il sistema collassò rapidamente. Il Sudafrica non rappresenta l’unico caso recente in cui la fine del sostegno statunitense a un crimine ha portato a progressi significativi.

Un cambiamento potrebbe avvenire anche nel caso di Israele? Tra gli ostacoli più consistenti ci sono gli stretti legami militari e di intelligence tra gli Stati Uniti e Israele. Il più esplicito sostegno ai crimini israeliani viene infatti dal mondo degli affari. L’industria high-tech statunitense è connessa con la sua controparte israeliana e in questo campo la collaborazione è strettissima.

Inoltre in ballo ci sono fattori culturali importanti. Il sionismo cristiano precede di molto quello ebraico, e non è limitato a quel 30 per cento di americani che crede nella verità letterale della Bibbia. Esprimendo un punto di vista già allora diffuso nell’élite statunitense, Harold Ickes, segretario agli interni di Franklin Delano Roosevelt, descrisse la colonizzazione ebraica della Palestina come un traguardo “senza precedenti nella storia della razza umana”.

Esiste inoltre una solidarietà istintiva degli statunitensi verso una società fondata sugli insediamenti coloniali, vista come una replica della storia americana da un’ottica imperialista.

Per uscire dall’impasse è necessario abbattere l’illusione per cui gli Stati Uniti sono un “onesto intermediario” che cerca di riconciliare tra loro avversari recalcitranti, e ammettere che un negoziato vero dovrebbe essere condotto con Israele e Stati Uniti da una parte e il resto del mondo dall’altra. Se i centri di potere statunitensi saranno costretti dai cittadini a riconoscere la Palestina, molte speranze che oggi sembrano remote potrebbero diventare realizzabili.(trad.A.Sparcino,da internazionale.it)

lunedì 31 maggio 2010

Politica Estera: "Israele Fermati !!!"....

La vita priva di relazioni con il sovrannaturale comunque definito pone alcuni problemi ma ha anche i suoi vantaggi.
Nessuno può accusarti di essere fanatico di questa o quella divinità, o di partecipare al sacrificio umano in ragione di un aldilà tutto da verificare.
In nome di Dio, dello stesso Dio, sia esso detto Yhavé, Allah o Padreterno, da secoli i discendenti di Abramo commettono i crimini più efferati.
Con la stesa barbarie si sono scannati cristiani e musulmani, ebrei e cristiani, musulmani ed ebrei, in tempi di inciviltà e, ahimé, si continua ancora adesso.
L'infamia della Shoah è stato certamente il più grande dei crimini verso un popolo, la decisione di sterminare degli esseri umani per la loro genie. È già successo che ci siano state azioni di sterminio nella storia, per conquista, per vendetta ma mai per semplice appartenenza. Forse Roma agendo verso Cartagine operò nel medesimo modo, ma comunque dopo alterne vicende belliche.
Gli Ebrei sono in credito con l'umanità per molti secoli per quello che hanno dovuto soffrire.
Anche gli Italiani sono in credito con gli Ebrei per l'ignominia delle leggi razziali del regime fascista. E tutti ne portiamo il peso, anche coloro che fascisti non erano e non sono mai stati, anche quelli che aborriscono il regime fascista.
Ora però non può essere che allo Stato di Israele, stato democratico e fortemente religioso, in nome di quel passato sia concesso un comportamento criminale e dello stesso segno di quello che hanno subito verso persone inermi, praticando una “pulizia etnica” in campi di concentramento a cielo aperto.
Gli eventi ultimi, dall'operazione “piombo fuso”, agli “omicidi mirati” di palestinesi accusati di terrorismo, all'assassinio premeditato di diciannove civili appartenenti ad organizzazioni umanitarie di tutto il mondo che portavano beni di prima necessità agli esseri umani che abitano nella striscia di Gaza, si inquadrano in una deriva terribile per il popolo ebraico.
Ogni Ebreo ha diritto alla vita e a professare la sua religione, ma forse il Dio di Abramo ha detto che esiste un solo modo di adorarlo? Il Dio di Israele arma la mano di assassini che uccidono a sangue freddo donne, vecchi e bambini? In nome di quale Dio si rinchiudono in una enclave un milione e mezzo di esseri umani e si impedisce ad altri esseri umani di aiutarli a sopravvivere?di Pino De Luca LEGGI TUTTO

lunedì 26 gennaio 2009

Notizie :Gaza, diritti negati

La rivista medica The Lancet dedica uno speciale alla crisi sanitaria in Medio Oriente e ospita le testimonianze di alcuni medici che sono stati in Cisgiordania e in Israele, tentando invano di entrare nella Striscia di Gaza. Il territorio è praticamente isolato: gli operatori umanitari e le medicine non possono raggiungere le aree d'emergenza a causa del blocco israeliano.All'ospedale palestinese di Al Shifa non ci sono più letti liberi. Per i civili feriti è quasi impossibile oltrepassare il muro per avere assistenza sanitaria. "Abbiamo visto tre gemellini di 33 settimane aspettare il permesso per ben cinque ore, per poi essere trasferiti senza i loro genitori", raccontano su The Lancet i cinque medici. L'associazione Physicians for human rights-Israel ha spiegato che i permessi d'uscita per motivi sanitari sono centellinati dall'esercito israeliano e spesso vengono negati ai pazienti fino a quando non collaborano con i servizi di sicurezza.I bombardamenti colpiscono sia i civili sia gli aiuti: "La marina israeliana ha colpito la nave pacifista Dignity che stava portando assistenza sanitaria, a bordo c'era anche un nostro collega", concludono i medici. "Sono pratiche illegali e illegittime, che violano i diritti umani".(fonte Internazionale)