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lunedì 26 aprile 2010

Bambini...

Pomeriggio di primavera inoltrata in una qualunque strada alla periferia di un qualunque paese del sud degli anni '60. Il sole è rovente e morde la strada bianca.
Qualche rara millecento passa sollevando code di polvere che impasta il naso e la bocca e costringe a sciacquarsi la gola alla fontanina pubblica. Nera, di ferro, con la manovella a molla e il fascio littorio fuso sopra, ricordo del “fascismo popolare” delle periferie.
Pomeriggio bollente, lungo e noioso, poca ombra dai muri delle case basse, bianche di calce, povere di mobili, secche di orpelli. Popolate da bambini e donne con la pancia gonfia e molti peli, ovunque. Pancia gonfia di legumi e cicoria di campagna e di frutti d'amore concepiti in amplessi rubati al tempo delle zolle e al fischio del treno che porta al Nord, “alla Svizzera” o “alla Germania” o ancora più lontano.
E cantieri aperti ovunque, distribuiti da un architetto ubriaco e prodigo. Cantieri per placare la fame di benessere e la rabbia di chi ha visto il lusso del bagno in casa, della doccia e del frigorifero. E lo vuole, lo desidera, lo brama nella coda di uno sviluppo che al sud, come tutte le cose, arriva ritardato e sgonfio.
Ultimo latte di mammelle succhiate a guance piene in altri luoghi, ultime gocce di nettare di un favo colmato da api operose e sfortunate, alcune delle quali portano nella memoria la dolcezza del miele odorato e, qualche volta, financo gustato.
Cantieri abusivi in una terra abusata, svuotata delle sue braccia più forti e lasciata a vecchi, bambini e vedove bianche. Terra di facile conquista per predoni e mascalzoni, terra di padroni avidi e gretti, avvezzi a tutelare il passato perché incapaci di immaginare il futuro. E uomini e donne indifferenti allo sfregio, ignavi e conniventi per timore e convenienza.
È il sud visto dagli occhi di un bambino, cresciuto in mezzo alla strada bianca, giocando giochi improbabili, a volte innocenti a volte crudeli. Con palloni di plastica acquistati alla festa del patrono, o massacrando a fiondate innocenti lucertole e passerotti di prima piuma.
I bambini cresciuti sulle strade bianche hanno combattuto, hanno conquistato il diritto alla vita, fra mille errori e mille sconfitte, senza risparmiarsi. LEGGI TUTTO(di Pino De Luca)


domenica 15 marzo 2009

Parlare ai giovani "La cultura non rende ricchi e potenti, semplicemente più liberi."di Pino De luca

Lo dicevo che sarebbe ieri sarebbe stata una giornata stupenda... certo poteva essere anche migliore ma stavolta tocca accontentarsi.

Una mia classe, come accade spesso, era impegnata nella prova scritta di Informatica. Come accade altrettanto spesso una parte degli astanti si erano “strategicamente” assentati. Gli altri son rimasti e, per premio, e anche per rispetto alla loro stanchezza, abbiamo usato il tempo a nostra disposizione per discutere e commentare la prova scritta di Sistemi che hanno svolto venerdi scorso.

Del tutto ovvio che alcuni abbiano conseguito ottimi risultati, altri meno buoni, altri abbiano mostrato le loro lacune. Altrettanto ovvio che i risultati eccellenti producano emozione come risultati scadenti producano delusione e qualche forma di difficoltà ad accettarli. Lo si vede dalle facce, dalle domande su come fare, si evidenzia una palese fragilità.

So bene che molti risultati non sono genuini, che le astuzie, piccole o grandi, sono sempre presenti nel mondo degli studenti. Eppure le valutazioni hanno sempre questa forza, questa capacità di ridefinire gerarchie di gruppo, sensazioni personali e, in buona sostanza, di far crescere ciascuno di questi giovani.

Già, i giovani, mondo articolato, sempre misterioso e sempre diverso che, chi come me fa il lavoro di insegnante, ha il privilegio di conoscere, di scandagliare, di raffrontare con altre ere e altre storie.

Come si parla ai giovani? Quali valori trasversali, quali esempi, quali metafore sottoporre loro. Giovani del 2009, a volte così prodighi nella manifestazione di bisogni, spesso così impreparati ad esprimere i loro sogni. Così diversi tra loro, così uguali, a volte gradassi e a volte smarriti. Inclini ai deliri di onnipotenza e fragilissimi alle prime difficoltà. I miei ragazzi sono figli di lavoratori, gente per bene, che tira su la famiglia e stravede per il figlio che studia e si arrabbia se invece batte la fiacca. Ci sono anche i fannulloni, quelli che non hanno alcuna fiducia nelle loro capacità, ignoranti per nascita e scelta, forse per destino, disperati perché non hanno idea dell'utilità della scuola e dello studio, fastidiose incombenza alle quali sono stati condannati da genitori persecutori e docenti aguzzini. Ragazzi ai quali nessuno ha spiegato che la scuola, lo studio è ciò che regala il diritto alla disobbedienza, il diritto a non essere d'accordo, a inventare nuovi modi di stare al mondo e, fors'anche, nuovi mondi. Ragazzi che pensano con la testa dell'io e, raramente, con la testa del noi, così nati forse, ma così spinti ad essere da un sistema che ha dato all'avere la preminenza sull'essere, un sistema che hanno costruito i padri e il cui conto viene addossato ai figli ...

Sappiatelo: lo studio non è né sarà mai fattore di eccessiva mobilità sociale, non credete a chi vi racconta questo, è un mentitore. La cultura non rende ricchi e potenti, semplicemente più liberi.LEGGI TUTTO

giovedì 16 ottobre 2008

Maledetti Professori ."Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare..."

Maledetti Professori di Pino De Luca

Ebbene si, lo ribadisco, sono un "PROFESSORE".
Un professore delle superiori, qualche volta preferisco “docente” ovvero colui che conduce ma, sottigliezze linguistiche a parte, un rappresentante tipico dei “lavoratori in declino di reputazione.”
Anzitutto nel mio ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegno. Gli studenti continuano a guardarmi con rispetto solo grazie alla mia “fisicità”. Verso altri, meno dotati strutturalmente, non nutrono alcun timore o alcuna deferenza.
D'altra parte il professore ha uno stipendio da “operaio specializzato” e una immagine sociale priva di qualsiasi luce. Nessuno dei miei allievi manifesta la volontà di diventare “professore”, rispetto a redditi, posizione sociale e benefit della propria famiglia, molto spesso un docente è sostanzialmente un morto di fame.
E poi, diciamocelo, la cultura e la conoscenza non vanno di moda. È almeno da un ventennio che per le professioni intellettuali tira una brutta aria.
Siamo nell'era del "mito imprenditore". Del “self made man”, magari con una discreta pelliccia sullo stomaco, che si è mosso sul crinale grigio dell'etica del profitto, piccolo e bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l'artigiano e il commerciante, magari l'immobiliarista, magari il politico o il cavalier servente del ras cittadino o di quartiere, magari il colletto bianco intersecato con le mafie. È l'Italia che ha conquistato il benessere e anche di più, senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando le conoscenze più che la conoscenza, in qualche caso intercettando le ondate delle nuove tecnologie, dello spettacolo o della finanza creativa.
Competenze apprese sempre "fuori" da scuola. Così siamo rotolati lungo la scala sociale, ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la scuola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali ci criticano perché non sappiamo trasmettere certezze e autorità; perché non premiamo il merito. Ovviamente l'assioma è che i loro figli siano sempre meritevoli.
I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, naturalmente, i genitori che di professione fanno i professori. Collega caro, come ti permetti di giudicare negativamente mio figlio? Come non ti rendi conto di due cose, intanto che è mio figlio e poi io conosco la scuola e la materia, e, permettimi di dirtelo, bisogna che si studi un po' di più. Tu naturalmente, che mio figlio studia abbastanza, anzi, spesso capisce anche senza toccare libro, a lui basta ascoltare le cose una volta.
Certo che ci abbiamo messo del nostro: ho visto colleghi andare in pensione dopo lunghissimi anni di malattia guarire miracolosamente il giorno dopo il congedo, maternità programmate per evitare di lavorare, rammento uno che disseppelliva la moglie per cambiarle posto almeno una volta ogni due anni e prendeva le ferie. Un sindacato corporativo, allineato ai vari ministri, complice e silenzioso. Impegnarsi e lavorare nella scuola produceva e ancora oggi produce un sentimento di fastidio e di invidia nel collega accanto il quale ormai prega perché un parente diventi bisognoso di aiuto e accedere ai benefici della famosa Legge 104 che ha tanti meriti ma anche tantissimi abusi.
In questo clima molti, moltissimi hanno preferito investire in altre attività professionali o per integrare il reddito o per ottenere le soddisfazioni che l'insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Siamo diventati una categoria triste e rancorosa.
Finalmente il declino dei professori è divenuto più rapido. Non più solo per inerzia, ma per "progetto", dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole.
Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dall'ultima finanziaria. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo che prevedono riduzioni consistenti di personale, ma anche di reddito nelle scuole di ogni ordine e grado.
Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all'insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D'altra parte, chissenefrega. Noi professori, come tutti gli statali, siamo solo una banda di fannulloni.
Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E gran parte dei professori sono, come me, statali e meridionali.
Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori: loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società civile(?). Non vedete come è ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca? Per non parlare del ceto politico. Pronto sempre a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola.
La nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante ai grembiuli e al voto in condotta. Indubbio il successo di pubblico e di critica.
Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più della conoscenza: i muscoli. Più dell'informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù.
Dove puoi dire la tua, diventare "opinionista" anche e soprattutto se non sai nulla. Se sei una "pupa ignorante", un tronista o un "amico" palestrato, uno che legge solo i titoli della stampa gossip.
Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri.
E dunque, una società senza "studenti". Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?
Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.
P.S. Il presente articolo è ispirato e, in qualche passo pienamente riportato, da un intervento del prof. Ilvo Diamanti apparso su www.repubblica.it il 25 giugno 2008.