venerdì 24 febbraio 2012
L'Opinione:"La tempesta greca"
martedì 4 gennaio 2011
Arriva la Befana...
Tra qualche giorno la vecchia signora che dispensa cose buone ai bimbi buoni e cenere e carbone ai fanciulli cattivi si porta via le “festività natalizie”. Un altro anno si è chiuso, gli auguri per il prossimo si sono scambiati, i regali pure e anche qualche grande abbuffata. Ho il privilegio di conoscere tante persone, tutte assiepate su gradini diversi della scala sociale, alcune in alto in alto altre in basso in basso. Alcune felici per aver ricevuto dei dolci e una bottiglia di Melarosa o di Brindeasy (quest'anno solo prodotti salentini ho regalato) altri che hanno apprezzato un Donna Lucia del 2006 o un Divoto del 2000.
In tutti, ma proprio in tutti, c'è un denominatore comune: la festa si gode pienamente ma con l'occhio a domani. Preoccupazione e insicurezza sono il denominatore comune del mio ca
mpione di riferimento. In qualche caso anche senza soverchie giustificazioni a tanta ansia.
Lo scrivono e lo dicono in tanti, in troppi: il domani è più un problema che una speranza
. Lo ha rammentato perfino il Presidente Napolitano ricevendo il solito, inutile, stucchevole plauso ecumenico. Una comunità nazionale che ha attraversato la lunga stagione dell'egoismo (quasi trent'anni) individualista e che ora, di fronte ai giganteschi problemi che la normale evoluzione pone, si sente impotente e fragile.
E capisce che non è una percezione. La società che ha riscritto il vocabolario, che ha inventato i diversamente abili e gli ipovedenti, i Lodi e il legittimo impedimento, l'impresa delocalizzata e la finanza creativa in nome di un tutto che progredisce grazie al progresso dei singoli sa che questa storia del reale e del percepito è una balla per allocchi. Sa che le difficoltà non sono percepite ma reali. Procedere contronatura, da individui piuttosto che da società, ha disabituato al lavoro collettivo, al sacrificio di una parte di se per il bene comune. Come leggere diversamente il NIMBY, o la tutela di privilegi corporativi durissimi da estirpare?
La vecchia signora a cavallo di una scopa si porta via le feste e non sarò io a infestare quest'ultimo scampolo di relax rivangando un anno orribile e l'orribile inizio di quest'altro. Solo alcuni vecchi cialtroni rimbambiti e alcuni giovani cortigiani scoppiati di coca continuano a dire che tutto va bene madama la Marchesa.
Noi che sapevamo che così non era, che non siamo stati creduti allora, abbiamo av
uto il tempo per cercare di enunciare una exit strategy. Come al solito ve ne sono diverse. La prima, la più semplice di tutte, è una bella guerra tra uomini che faccia 3-400 milioni di morti (percentuale di popolazione come fu quella della II Guerra Mondiale) e che, liberato lo spazio, t
rascini verso la ripresa i sopravvissuti con il loro carico di ottimismo, le risorse da spartire e le teorie sulla pace per sempre che tanto spopolano dopo un conflitto terribile e tanto scemano passato il ricordo.
Via che sarebbe anche percorribile se non fosse che non si è in grado di sapere da che parte ci saranno le vittime...
Poi c'è un'altra strada, quella di una guerra tra futuro e passato, di un conflitto perm
anente tra le riparazioni che occorre fare e i danni che si sono fatti. Di un ricostruzione seria dell'am
biente, delle condizioni di vita sociale ed economica delle popolazioni dell'intero pianeta. Di una ricerca e di una tecnologia da ampliare per migliorare la vita di tutti piuttosto che il dominio di alcuni.
La strada buona non è difficile comprenderla, più essa include più ci si avvicina alla felicità. Più essa esclude maggiore è la diffusione della sofferenza. Non sono un santo. Solo un semplice deduttore: la sofferenza produce rabbia e la rabbia produce violenza. Se si sceglie la via dello scontro e della sopraffazione, magari utilizzando armi e potere, si deve sapere che questa non dura per sempre e poi non ci si deve lamentare se si va finire appesi a testa in giù.
Le risorse del mondo, nel tempo di una vita, sono limitate. Se diamo loro la possibilità di rinnovarsi possono soddisfare anche chi viene dopo. Bisogna consumare risorse ad una velocità minore o uguale a quella con la quale si riproducono e bisogna distribuirle in forma più equa, questo è tutto. Esiste un capitalismo capace di fare questo? Trovatelo, altrimenti, se il capitalismo è quello che conosciamo la Befana porterà qualcosa e ma non si porterà via le preoccupazioni. E potrebbe accadere che, fra qualche tempo, la Befana porti caramelle ad alcuni e corda saponata ad altri ...(Pino De Luca)
lunedì 24 maggio 2010
Citazionando...
mercoledì 1 aprile 2009
I silenzi del G20 di Paul Kennedy
Marx sottovalutò la capacità del capitalismo di reinventarsi in continuazione e di dimostrare – c
on tutti i suoi difetti e con qualche prudente modifica ai princìpi del libero mercato puro – di essere migliore degli altri "ismi". E non previde gli eccessi che sarebbero stati commessi nel tentativo di costruire la dittatura del proletariato.Ma nonostante il fallimento delle previsioni di Marx, una parte significativa della sua analisi economica merita di essere recuperata. In particolare, penso alla sua comprensione del fatto che mentre i cambiamenti tettonici a lungo termine delle "forze di produzione" si svolgono a un ritmo diverso da quello delle frenetiche attività dei governi e dei leader che occupano la "sovrastruttura", il loro impatto storico è migliore delle dichiarazioni di qualsiasi gruppo di capi di stato.La storia è disseminata di accordi solenni – il Trattato di Versailles del 1919 è forse il più noto – che non sono riusciti a cogliere il movimento delle placche tettoniche sotto di loro. Eppure, al tempo di questi vertici, i mezzi d'informazione parlavano della sensazionale riunione di tanti leader importanti, della loro retorica su come salvare il mondo e dei loro appelli a lavorare insieme per raggiungere gli obiettivi del genere umano. Perché il pubblico – e le borse – non avrebbero dovuto credere che i terribili problemi internazionali stavano finalmente per essere risolti?LEGGI TUTTO
venerdì 13 marzo 2009
Il gigante cattivo di Manuel Castells
La crisi finanziaria globale continua ad aggravarsi distruggendo imprese, risparmi, posti di lavoro e vite umane. Ha colpito tutti i paesi del mondo, perché i mercati finanziari sono interdipendenti.Vi farò un esempio concreto. Pensate a quello che è successo alla compagnia assicurativa statunitense Aig nel settembre del 2008, quando la sua valutazione di credito è scesa al di sotto del magico AA. Tra settembre e novembre, la Federal reserve e il dipartimento del tesoro hanno iniettato nell'Aig 150 miliardi di dollari perché potesse fare fronte ai suoi impegni.
Nonostante questo, il titolo ha perso il 95 per cento del suo valore in borsa e nell'ultimo trimestre del 2008 ha bruciato 62 miliardi di dollari: la più alta perdita trimestrale che un'impresa abbia mai registrato nella storia del capitalismo. Tanto che, il 1 marzo, l'amministrazione Obama ha annunciato che dovrà erogare all'Aig un ulteriore contributo di 30 miliardi, e forse intervenire di nuovo in futuro.
Perché questo accanimento nel cercare di salvare una società nonostante la sua gestione disastrosa e il suo passato di frodi e speculazioni? La ragione è che secondo il presidente della Federal reserve Ben Bernanke e il segretario al tesoro Tim Geithner, il fallimento dell'Aig rischiava di essere la miccia che avrebbe fatto esplodere il sistema finanziario mondiale.
In altre parole, l'Aig è il cuore della bestia che abbiamo nutrito con la finanza irresponsabile degli ultimi decenni. Le sue ramificazioni si estendono ovunque e la sua incapacità di mantenere i propri impegni provocherebbe il fallimento a catena di banche, imprese e famiglie negli Stati Uniti, in Cina, India, Giappone, a Singapore e a Hong Kong, in America Latina e in Europa. Affonderebbe perfino il Manchester United, di cui è l'azionista principale. Ma cos'è l'Aig? Proviamo a ricostruirne la storia.
Shanghai, 1919. Cornelius Starr, un uomo d'affari statunitense, crea una compagnia di assicurazioni per il mercato cinese, l'American international group. Dopo la rivoluzione cinese l' Aig trasferisce la sua sede a New York. Guidata dal 1968 al 2005 dal leggendario finanziere Hank Greenberg, l'Aig si estende in tutto il mondo, soprattutto in Inghilterra, Cina, India, Giappone e nel sudest asiatico.
Nel 2007 è la seconda società assicuratrice del mondo per patrimonio (1.050 miliardi di dollari), con 110 miliardi di utili all'anno e 116mila dipendenti. Anche se sottoscrive ogni tipo di polizze, negli ultimi tempi il suo compito principale è stato assicurare i portafogli delle banche, cioè quei depositi in cui i famosi titoli "tossici" erano mescolati con prodotti più solidi.
Quando il mondo si è accorto che le garanzie delle banche si basavano sulla sopravvalutazione dei loro titoli, l'Aig avrebbe dovuto coprire i suoi assicurati. Ma non poteva farlo, perché aveva assicurato molto più di quello che avrebbe potuto.
E perché, sotto la direzione del guru della finanza Joseph Cassano (che molti considerano uno dei responsabili della crisi), era immersa fino al collo nel commercio dei famigerati derivati o Cds (credit default swaps), cioè nella frammentazione delle polizze assicurative con conseguente titolarizzazione e vendita di quei frammenti sul mercato.
Un metodo per cui nessuno sa più chi è responsabile di che cosa. Insomma, approfittando della scarsa regolamentazione, l'Aig ha operato ai limiti della legalità e, secondo Bernanke, ha speculato in modo irresponsabile, perdendo il capitale che sarebbe dovuto servire per coprire i rischi dei suoi assicurati. Alla fine ha anche violato le leggi: nel 2005 la Sec, l'autorità di vigilanza delle borse americane, ha accusato di truffa il suo amministratore delegato Greenberg e vari altri dirigenti, multando la società per 1,6 miliardi.LEGGI TUTTO
