mercoledì 23 febbraio 2011

L'opinione :"Ipocriti e cumenda"

Da che mondo è mondo coi dittatori ci si indigna in pubblico e si fanno affari in privato. A volte non ci si indigna neppure: si rimane zitti. Un silenzio interrotto solo dal fruscio dei soldi. Mai visto un politico o un imprenditore andare in Cina inalberando cartelli per il rispetto dei diritti civili. Si diventa esportatori della democrazia solo quando conviene, come in Iraq o in Afghanistan. Però esiste un limite che gli statisti cercano di non valicare ed è il rispetto di sé e del Paese che si rappresenta. Quel senso del decoro e delle istituzioni che ti impone di stringere la mano a Gheddafi, ma ti impedisce di baciargliela. Che ti costringe a riceverlo con tutti gli onori, ma non ti obbliga a trasformare la sua visita in una pagliacciata invereconda, con il dittatore a vita che tiene lezioni di democrazia all’università e pianta la sua tenda beduina in un parco storico della Capitale per ricevervi una delegazione di ragazze prese a nolo.

Berlusconi non ha fatto che applicare alle relazioni internazionali le tecniche di adulazione con cui i vecchi cumenda lombardi stordivano il cliente da intortare. Disposti a tutto pur di compiacerlo, considerando la dignità non tanto un accessorio quanto un ostacolo alla conclusione di un affare. Qualche lettore penserà: il cumenda di Stato è solo meno ipocrita degli altri. Verissimo. Ma a me sta venendo il dubbio che l’antica ipocrisia «borghese», contro cui da ragazzo mi scagliai anch’io, fosse preferibile all’attuale sguaiataggine.di Massimo Gramellini da la Stampa.it

lunedì 14 febbraio 2011

Pensieri su San Valentino...e non solo

14 Febbraio, San Valentino.

Dice Marcello: è possibile pensare ad un vino che si beve in due? Magari che accompagna un piatto che si mangia in due? Si Marcello, è possibile, possibilissimo, piacevole, piacevolissimo. Non scomodo Apicio e nemmeno Mastro Berardo. Io credo però che dei due bisogna parlare, immaginarli, altrimenti tutto diventa oggetto esanime, merce d'accatto, tintinnar di moneta o, peggio, manifesto di potere. L'amore è resa, abbandono, rilascio d'ogni resistenza, abbandono d'ogni calcolo e raffronto, sublimazione nel pensiero e nell'immaginario singolo e condiviso. È ossimoro fecondo nell'irrazionale lucidità che l'accompagna, nel confuso miscelar di membra che assegna nette funzioni ad ogni parte del corpo, nella violenta vitalità che ogni cellula sopita porta al risveglio. E i due me li immagino maturi, di lunga pezza, che si conoscono bene da tanto e che non hanno perduto la voglia di stupirsi. L'uno con la passione di agghindar la tavola e l'altro con quella di preparar da mangiare. E siccome io prediligo la seconda della seconda vi dico. In frigo una bottiglia di Spumante Rosé Rosa del Golfo. Ci si procurano alcune fette sottili di Capocollo di Martina, una dozzina di gamberoni Gallipolini e un avocado sodo e maturo. OEVO, sale nero di Cipro, pepe bianco, erba cipollina e un limone e un'arancia, e della rucola selvatica.

In una bottiglietta come quella dei succhi di frutta ben lavata si mette qualche cucchiaio di OEVO e il succo di mezzo limone, un pizzico di sale e del pepe. I gamberoni si privano di testa e carapace, si dispongono in una terrina e, agitata la bottiglietta, si bagnano con l'emulsione che s'ottiene e si lasciano riposare. Intanto si pulisce l'avocado, si taglia a tocchetti e si dispone in una zuppiera bagnandolo con il restante succo di limone. Quando è tempo di servire disporre su un letto di rucola ben lavata i pezzi di avocado e degli spicchi d'arancia tagliati in due, poi i gamberi scolati e, sopra, le fette di capocollo scottate in un dito di olio bollente.

È un piatto di grandi profumi e grandi contrasti come solo l'amore vero sa essere, e lo spumante fresco è lì, per mediare con le sue bollicine tra il calore del capocollo e il gelo dell'avocado, la dolcezza dei gamberi e il piccante della rucola.

E il sale dev'esser nero e il pepe bianco, perché tutto sia diverso da come sembra che il banale non è per chi si ama. Non importa se siete coniugi o amanti, fidanzati o sposati, eterosessuali o omosessuali, io dedico questa piccola cena a tutti coloro che condividono con me l'idea che “chi s'appaga non paga ma, semplicemente, ripaga (se è in grado di farlo)”.

Buon San Valentino a tutti.(di Pino De Luca)

giovedì 10 febbraio 2011

Ricordare la verità:"Italiani nel vero"

Non so bene chi lo abbia ripetuto l'ultima volta, ma è una segnalazione comune in ogni luogo dove si agglomerano “esperti” di comunicazione d'ogni risma: “Una bugia ripetuta mille volte diventa verità.” In ragione delle tendenze politiche si tende ad assegnare questa nefasta affermazione a nazisti o comunisti. Il punto è che la nefasta affermazione non appartiene né agli uni e nemmeno agli altri ma è fatta di uso comune da parte di tanti, tantissimi pacifici e democratici individui che, semplicemente, attraverso la propagazione di una sciocchezza tendono a trarre profitto per sé stessi, raramente, più comunemente per il proprio, come dire, soggetto mantenente, insomma padrone.
Qualche giorno addietro, 27 di gennaio, giornata della memoria. Oggi, 10 di febbraio, giornata del ricordo. Tra le due date due settimane e sulle due date si consumano le menzogne più banali e volgari e si consumano anche sulle due date. Il presente costruisce il passato per giustificarsi.
La radio nazionale, quella della rai e anche le televisioni, per non dire dei film raccontano il 27 gennaio come la data della liberazione di Auschwitz da parte degli alleati. Dovè il falso? Semplice, chi liberò Auschwitz il 27 gennaio fu l'Armata Rossa che, per prima, arrivò pure a Berlino. Il carro armato entra nel campo di concentramento dando forma al sogno del bambino che si salva nascondendosi ovunque nel meraviglioso “La Vita è bella” di Benigni. È un carrarmato con la bandiera a stelle e strisce e Benigni vince l'Oscar. Eppure il carrarmato che entrò ad Auschwitz portava la bandiera rossa e la falce, martello e stella … ma il caro Roberto se lo sognava l'Oscar se avesse rispettato la storia.
Poi le Foibe, qualche decina di migliaia di persone massacrate dai titini alla fine della guerra. Tanta gente innocente buttata nelle grotte carsiche … Tutto vero. Vorrei però riportare un brano del discorso di Benito Mussolini sulla questione istriana:
«Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani»
Il discorso è ben precedente le leggi razziali del 1938 che qualche buontempone tende a definire come conseguenza del patto con Hitler. Mussolini dice queste cose a Pola nel 1920, quando ancora doveva fondare il Partito Nazionale Fascista. Mi piacerebbe che nel giorno del ricordo delle Foibe si ricordassero anche i crimini commessi dagli ustascia e due nomi geografici: Arbe e Gonars.
Abbiamo da liberarci della più grande bugia della nostra storia: “Italiani brava gente”, solo così diventeremo italiani consapevoli. Dopo centocinquant'anni dalla breccia di Porta Pia, forse è ora che l'aspirazione di D'Azeglio sia l'obiettivo per i prossimi cinquant'anni.
So bene che vivo nel paese in cui il capo del sistema scolastico è una signora che ha attraversato tutti gli ordini di scuola conservando i neuroni intonsi: un perfetto robot che esegue gli ordini superiori; vivo nel paese in cui chi parla di meritocrazia alla frase “in media stat virtus” pensa solo alle cosce; vivo nel paese in cui un Parlamento dice di fare le leggi contro i fannulloni e poi si prolunga le ferie perché non ha nulla da fare; vivo nel paese in cui le mignotte hanno il cellulare del Presidente del Consiglio e lo possono chiamare quando vogliono; vivo nel paese in cui si è chiamata rivolta per il cambiamento quella che ha eletto falliti, magnaccia, truffatori e maneggioni di ogni risma al cui cospetto i nani e le ballerine del peggior Craxi fanno la figura dei premi Nobel.
Ma vivo nel paese degli operai che s'alzano la mattina e buttano sangue nelle fonderie e nelle industrie, nel paese di chi sale sui cantieri e ogni volta che torna a casa è felice di aver salvato la pelle, di impiegati costretti a fare lavori alienanti e sbeffeggiati, di donne e di uomini atterriti da un futuro oscuro, di pensionati che vedono sgretolarsi il paese per il quale hanno lottato, vivo nel paese di tanta gente per bene che ha bisogno, io credo, di verità. Per sentirsi italiani. Per sentirsi orgogliosamente italiani, con tanto peso sulle spalle ma anche tanta forza da portarlo senza chinare la schiena.di Pino De Luca

domenica 30 gennaio 2011

Pensiero culinario: Seppia,Verza, Vapore e...Vino

Capita, di rado, ma capita che un amico ti voglia onorare di un regalo. E gli amici conoscono i gusti degli amici e allora ti arriva una confezione di un bel bianco piemontese della zona del Gavi. Un cortese al 100% ad etichetta Podere Saulino. Non sarò io a giudicare questo delizioso bianco secco, ha ricevuto tante premiazioni che il mio giudizio nulla toglierebbe e nulla aggiungerebbe al blasone dell'etichetta. Credo che il modo migliore per onorarlo sia quello di creare una pietanza che ne riveli non tanto le note fruttate dell'incipit, tanto quelle se ne vanno subito, quanto il sentore olfattivo e gustativo della mandorla amara che quando domina è terribile ma quando è in sottofondo è tanto capace di esaltare le sensazioni della papilla e del retrolfatto.

E dunque siamo a ridosso dei giorni della merla, tra qualche giorno è febbraio e la pesca della seppia raggiunge, per un paio di mesi, il suo culmine. Ci occorre una seppia (o due) freschissima e di dimensioni non minuscole, diciamo di un 25-30 cm di lunghezza testa esclusa. Se sono due anche di 15-20 cm. Poi ci occorrono dei filetti di spigola o di nasello o di merluzzo, diciamo 150 grammi e due cucchiai di ricotta di pecora. Sale, pepe nero e una decina di mandorle pelate e tostate. Infine delle foglie di verza.

Separare le sacchette di nero dalla seppia senza romperle, pulire per bene la seppia tenendola intera. Lavarla e asciugarla all'esterno e all'interno.

Frullare i filetti di pesce con la ricotta, il nero della seppia e le mandorle. Salare e pepare il composto che deve essere morbido e compatto. Se dovesse risultare troppo liquido addensare con un cucchiaio di pane grattugiato finissimo e tostato.

Con questo composto riempire la seppia avendo cura di ripiegare i tentacoli lunghi (se non ve li siete già mangiati crudi come faccio io) all'interno del corpo. Se abbiamo fatto un buon lavoro possiamo porre la seppia con la pancia aperta su una foglia di verza e porre sul dorso un'altra foglia di verza, mettere tutto nella vaporiera e cuocere a vapore per una decina di minuti, anche quindici se necessario. In realtà la foglia di verza superiore cotta significa che è cotta pure la seppia.

Si serve su letto di insalata riccia accompagnando con carote al vapore. Condire con un filo di Olio Extra Vergine di Oliva.

Alcune osservazioni sono necessarie. Se la seppia non è freschissima lasciate perdere questa preparazione. Per il ripieno va benissimo il pesce congelato. La ricotta di pecora può esser sostituita con della panna da cucina, perché la ricotta di pecora deve anch'essa esser freschissima.

E chi non ama la verza può usare delle foglie di insalata ma non sa che si perde.

Ecco, credo che questo eccellente Gavi abbia trovato un'ottima compagnia, e io un'ottima cena.(di Pino De Luca,Nuovo Quotidiano di Puglia"La dolce Vita")

domenica 23 gennaio 2011

Pensiero poetico

Questo passo

Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d'oblio,

su acutissime làmine

in bianca maglia d'ortiche,
ti insegnerò mia anima,
questo passo d'addio...

Cristina Campo


mercoledì 12 gennaio 2011

L'opinione:Vicolo cieco in Medio Oriente di Noam Chomsky

Mentre è impegnato a espandere illegalmente le colonie ebraiche in territorio palestinese, il governo israeliano cerca anche di affrontare due problemi: una campagna d’opinione internazionale che Israele considera una “delegittimazione” – cioè criticare i suoi crimini – e un’altra campagna parallela di legittimazione della Palestina.

La “delegittimazione” ha fatto un passo avanti a dicembre, quando Human rights watch ha invitato Washington a “ridurre i finanziamenti a Israele per una cifra corrispondente al costo del sostegno israeliano agli insediamenti”.

L’organizzazione ha chiesto anche di controllare quali contributi esentasse versati da gruppi statunitensi a Israele finanzino violazioni del diritto internazionale. Anche il processo di legittimazione ha compiuto un passo in avanti a dicembre, quando Argentina, Bolivia e Brasile hanno riconosciuto lo Stato di Palestina (Gaza e Cisgiordania), portando a più di cento il numero delle nazioni che lo sostengono.

Secondo il giurista internazionalista John Whitbeck, l’80-90 per cento della popolazione mondiale vive in paesi che riconoscono la Palestina, mentre solo il 10-20 per cento vive in stati che riconoscono il Kosovo. Ma siccome gli Stati Uniti riconoscono il Kosovo e non la Palestina, i mezzi d’informazione di tutto il mondo trattano le due realtà in modo totalmente diverso.

Considerata la scala degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, da dieci anni si dice che un accordo internazionale basato su una soluzione a due stati è impossibile (anche se la maggior parte del mondo la pensa diversamente). Quindi chi ha a cuore i diritti dei palestinesi dovrebbe sperare che Israele occupi tutta la Cisgiordania e che poi una lotta antiapartheid di tipo sudafricano faccia ottenere la piena cittadinanza alla popolazione araba.

Questa tesi presume che anche Israele vorrebbe l’annessione. Invece è molto più probabile che Israele voglia incorporare una buona metà della Cisgiordania, senza assumersi responsabilità sul resto.

Così risolverebbe il “problema demografico” – troppi non ebrei nello stato ebraico – e nel frattempo taglierebbe fuori l’assediata Gaza dal resto della Palestina. Ma l’analogia tra Israele e il Sudafrica è interessante. Una volta creato l’apartheid, i nazionalisti sudafricani bianchi si resero conto che stavano diventando uno stato paria della comunità internazionale.

Nel 1958 il ministro degli esteri informò l’ambasciatore statunitense che la condanna dell’Onu non avrebbe avuto importanza finché il Sudafrica avesse avuto il sostegno degli Stati Uniti.

Durante gli anni settanta l’Onu impose un embargo sulle armi, seguito da campagne di boicottaggio e di disinvestimento. Il Sudafrica reagì con il preciso intento di far infuriare l’opinione pubblica internazionale, con sanguinosi raid militari nei campi di rifugiati dei paesi vicini. Le analogie con il comportamento di Israele oggi sono impressionanti. Basti pensare all’attacco a Gaza del gennaio 2009 e a quello alla Gaza freedom flotilla del maggio 2010.

Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981 garantì pieno appoggio al Sudafrica e all’apartheid. E nel 1988 l’African national congress di Nelson Mandela fu definito da Washington “uno dei più noti gruppi terroristici”.

Poco tempo dopo, però, la politica americana cambiò. Gli Stati Uniti e il Sudafrica capirono che i loro interessi finanziari sarebbero stati avvantaggiati dalla fine dell’apartheid. E così il sistema collassò rapidamente. Il Sudafrica non rappresenta l’unico caso recente in cui la fine del sostegno statunitense a un crimine ha portato a progressi significativi.

Un cambiamento potrebbe avvenire anche nel caso di Israele? Tra gli ostacoli più consistenti ci sono gli stretti legami militari e di intelligence tra gli Stati Uniti e Israele. Il più esplicito sostegno ai crimini israeliani viene infatti dal mondo degli affari. L’industria high-tech statunitense è connessa con la sua controparte israeliana e in questo campo la collaborazione è strettissima.

Inoltre in ballo ci sono fattori culturali importanti. Il sionismo cristiano precede di molto quello ebraico, e non è limitato a quel 30 per cento di americani che crede nella verità letterale della Bibbia. Esprimendo un punto di vista già allora diffuso nell’élite statunitense, Harold Ickes, segretario agli interni di Franklin Delano Roosevelt, descrisse la colonizzazione ebraica della Palestina come un traguardo “senza precedenti nella storia della razza umana”.

Esiste inoltre una solidarietà istintiva degli statunitensi verso una società fondata sugli insediamenti coloniali, vista come una replica della storia americana da un’ottica imperialista.

Per uscire dall’impasse è necessario abbattere l’illusione per cui gli Stati Uniti sono un “onesto intermediario” che cerca di riconciliare tra loro avversari recalcitranti, e ammettere che un negoziato vero dovrebbe essere condotto con Israele e Stati Uniti da una parte e il resto del mondo dall’altra. Se i centri di potere statunitensi saranno costretti dai cittadini a riconoscere la Palestina, molte speranze che oggi sembrano remote potrebbero diventare realizzabili.(trad.A.Sparcino,da internazionale.it)

martedì 4 gennaio 2011

Arriva la Befana...

Tra qualche giorno la vecchia signora che dispensa cose buone ai bimbi buoni e cenere e carbone ai fanciulli cattivi si porta via le “festività natalizie”. Un altro anno si è chiuso, gli auguri per il prossimo si sono scambiati, i regali pure e anche qualche grande abbuffata.

Ho il privilegio di conoscere tante persone, tutte assiepate su gradini diversi della scala sociale, alcune in alto in alto altre in basso in basso. Alcune felici per aver ricevuto dei dolci e una bottiglia di Melarosa o di Brindeasy (quest'anno solo prodotti salentini ho regalato) altri che hanno apprezzato un Donna Lucia del 2006 o un Divoto del 2000.

In tutti, ma proprio in tutti, c'è un denominatore comune: la festa si gode pienamente ma con l'occhio a domani. Preoccupazione e insicurezza sono il denominatore comune del mio ca

mpione di riferimento. In qualche caso anche senza soverchie giustificazioni a tanta ansia.

Lo scrivono e lo dicono in tanti, in troppi: il domani è più un problema che una speranza

. Lo ha rammentato perfino il Presidente Napolitano ricevendo il solito, inutile, stucchevole plauso ecumenico. Una comunità nazionale che ha attraversato la lunga stagione dell'egoismo (quasi trent'anni) individualista e che ora, di fronte ai giganteschi problemi che la normale evoluzione pone, si sente impotente e fragile.

E capisce che non è una percezione. La società che ha riscritto il vocabolario, che ha inventato i diversamente abili e gli ipovedenti, i Lodi e il legittimo impedimento, l'impresa delocalizzata e la finanza creativa in nome di un tutto che progredisce grazie al progresso dei singoli sa che questa storia del reale e del percepito è una balla per allocchi. Sa che le difficoltà non sono percepite ma reali. Procedere contronatura, da individui piuttosto che da società, ha disabituato al lavoro collettivo, al sacrificio di una parte di se per il bene comune. Come leggere diversamente il NIMBY, o la tutela di privilegi corporativi durissimi da estirpare?

La vecchia signora a cavallo di una scopa si porta via le feste e non sarò io a infestare quest'ultimo scampolo di relax rivangando un anno orribile e l'orribile inizio di quest'altro. Solo alcuni vecchi cialtroni rimbambiti e alcuni giovani cortigiani scoppiati di coca continuano a dire che tutto va bene madama la Marchesa.

Noi che sapevamo che così non era, che non siamo stati creduti allora, abbiamo av

uto il tempo per cercare di enunciare una exit strategy. Come al solito ve ne sono diverse. La prima, la più semplice di tutte, è una bella guerra tra uomini che faccia 3-400 milioni di morti (percentuale di popolazione come fu quella della II Guerra Mondiale) e che, liberato lo spazio, t

rascini verso la ripresa i sopravvissuti con il loro carico di ottimismo, le risorse da spartire e le teorie sulla pace per sempre che tanto spopolano dopo un conflitto terribile e tanto scemano passato il ricordo.

Via che sarebbe anche percorribile se non fosse che non si è in grado di sapere da che parte ci saranno le vittime...

Poi c'è un'altra strada, quella di una guerra tra futuro e passato, di un conflitto perm

anente tra le riparazioni che occorre fare e i danni che si sono fatti. Di un ricostruzione seria dell'am

biente, delle condizioni di vita sociale ed economica delle popolazioni dell'intero pianeta. Di una ricerca e di una tecnologia da ampliare per migliorare la vita di tutti piuttosto che il dominio di alcuni.

La strada buona non è difficile comprenderla, più essa include più ci si avvicina alla felicità. Più essa esclude maggiore è la diffusione della sofferenza. Non sono un santo. Solo un semplice deduttore: la sofferenza produce rabbia e la rabbia produce violenza. Se si sceglie la via dello scontro e della sopraffazione, magari utilizzando armi e potere, si deve sapere che questa non dura per sempre e poi non ci si deve lamentare se si va finire appesi a testa in giù.

Le risorse del mondo, nel tempo di una vita, sono limitate. Se diamo loro la possibilità di rinnovarsi possono soddisfare anche chi viene dopo. Bisogna consumare risorse ad una velocità minore o uguale a quella con la quale si riproducono e bisogna distribuirle in forma più equa, questo è tutto. Esiste un capitalismo capace di fare questo? Trovatelo, altrimenti, se il capitalismo è quello che conosciamo la Befana porterà qualcosa e ma non si porterà via le preoccupazioni. E potrebbe accadere che, fra qualche tempo, la Befana porti caramelle ad alcuni e corda saponata ad altri ...(Pino De Luca)

Citazionando...

"La speranza è una buona prima colazione,
ma una pessima cena"

(F.Bacone)

venerdì 31 dicembre 2010

Buon anno e ..."mintiti senzu"

E anche questo San Silvestro sta per spegnersi, il suo tramonto segna l'acquisto di un calendario nuovo e, dopo ampie e conviviali libagioni, lo scambio di auguri tra amici e parenti vicini e lontani per un principio nuovo e speranzoso di fortuna e di serenità.
I ricordi e le promesse si sprecano in queste ore, i ricordi sono tanti e, singolarmente, purgati dalle promesse del medesimo periodo dell'anno precedente. Ognuno, a modo suo, ha mentito. A sé stesso prima che agli altri e poi, cattolicamente, si è perdonato con grande misericordia. Fa parte del nostro bagaglio culturale tener conto del pelo altrui piuttosto che del proprio palo, e possiamo poco o nulla nell'inane battaglia contro il mister Hide che ci alloggia dentro.
Però meglio ritrovarsi a perdonarsi e ripromettersi piuttosto che legger solo bene di ciò che siamo stati. Troppo breve è la vita per sprecarla infliggendosi continui colpi di cilicio.
E allora via con le promesse nuove, anzi esageriamoci, più grandi e colorate di prima, anche più guascone. Che ne so: “l'anno prossimo compro una casa a Monte Carlo o a Saint Lucia, oppure a Roma, vista Colosseo. Il 2011 è l'anno della svolta, in tre giorni ripulisco quel pezzo di giardino dalla immondizia che rischia di tracimare nella casa del vicino. Prometto che aggiusto la pompa sommersa che s'incanta e che, ogni volta che piove, mi fa allagare il garage seminterrato.”
E da buoni italiani già pensiamo a chi attribuire la responsabilità per non aver potuto ottemperare all'impegno nonostante gli sforzi. E, contemporaneamente, ci autocelebriamo per aver dato ragioni non banali alle conversazioni delle prossime vacanze natalizie, quasi piccati perché nessuno ci ringrazia.
Ormai appesantito dagli anni quasi come dai chili, non trovo più interessante farmi delle promesse. Oroscopi ed aruspici, chiromanti ed indovini li trovo molto divertenti nella loro goffa e redditizia aura di severità dalla quale sentenziano sensazionali idiozie. Trovo divertente che la quasi totalità della popolazione sia preda delle affabulazioni di personaggi al limite del guaio che ciarlano di trigoni e quadrati, di sestili e case come vecchi Caldei e novelli veggenti.
Trovo interessante, ad esempio, cercare le ragioni per le quali menti umane di QI di media dimensione siano capaci di appassionarsi anche morbosamente alla tragica fine di una fanciulla di quindici anni e se ne strafottano di un ragazzo di diciotto anni terminato a colpi di lupara semplicemente perché si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato. Eppure i due fatti accadono a meno di mezz'ora di auto uno dall'altro e, temporalmente, a meno di tre mesi di distanza.
Fa paio, quanto sopra, con la convinzione generalizzata che ciascuno sa far tutto e meglio quando l'evidenza di ogni giorno è che ogni cosa viene fatta male o semplicemente rimandata.
Non è tutto sbagliato e tutto da rifare, per carità, l'ottimismo della volontà è il motore della vita ma non possiamo fare un piccolo sforzo collettivo?
Va bene con le promesse, le speranze esagerate e le autoassoluzioni, la sfiga e l'opposizione di Marte, i ciclo dei Maya e le eruzioni vulcaniche impreviste, ma non possiamo, tutti insieme, implorare il motore immobile, pregare il sempiterno qualunque nome possieda, far sacrifici alle forze della natura, scomodare finanche Masau'hu, la trinità Arta Kama e Sashtra, Visnù, Kalì, e le anime dei morti perché il 2011 sia un po' più prodigo di buon senso per tutti?
Il caro, vecchio, mitico buon senso che fa mettere le cose un po' al loro posto, magari senza grandi effetti speciali, senza illusioni ottiche e senza spacconate da venditori di miracoli. Forse un po' noioso nella sua semplicità ma capace di restituire dimensione umana a quello che ci accade intorno.
Il vecchio buon senso che restituisca ai pastori sardi la possibilità di vivere decentemente del loro lavoro e a noi di gustare “su casu” fatto come si deve. Il vecchio buon senso che faccia produrre, olio, pane e vino secondo le norme igieniche stabilite dai cervelloni ma anche secondo le norme determinate da una storia millenaria.
Il buon senso che ci fa diffidare da chi sbraita le sue ottime ragioni spiegando che per secoli abbiamo sbagliato ogni cosa, il caro buon senso che ci fa fare la domanda giusta: se l'umanità avesse davvero sbagliato tutto per millenni come si spiega che è sopravvissuta?
Il buon senso che ci permette di mandare a spasso chi promette di moltiplicare pani e pesci senza avere l'umiltà di essere il più inutile dei servi.
Io questo chiedo al 2011, buon senso per tutti e per me, un desiderio proprio privato: un vino nuovo, salentino naturale e incapace di viaggiare. Inesportabile.
Un rosato secco e appena mosso, che nel colore ha catturato la luce del sole che si tuffa nello Jonio prima di sera in un giorno d'estate, che al naso faccia sentire l'odore di rosa canina e le note di agrumi. Di gusto fresco e sapido come la spuma delle onde dell'Adriatico che sbattono sulle scogliere di Novaglie spinte dalla tramontana.
Un vino brillante capace di accompagnarsi con una forma di primo sale e delle fave fresche.
Me lo immagino, da consumare all'ombra di una pergola, di pomeriggio, al tepore del sole di maggio. Un vino giovane e gaglioffo che impalmi una sposa speciale: la polpa dei ricci di mare consumati in piedi vicino ad una bancarella nel mercato di Gallipoli una mattina d'estate.
Questo io chiedo nel 2011, amici che amate la terra e che operate le vostre arti in cantina.
Il Mini Fut è quello che ci aiuta a passare sopra le quotidiane idiozie, per il 2011 io chiedo un vino che si chiama “Senzu”, serve per ravvivare la speranza nel futuro.
Son certo che qui, in questa terra può nascere il “Senzu”, potete farlo nascere e quando qualcuno ci dirà “Minti senzu” non sarà solo un invito a riflettere, ma anche a condividere un bicchiere.
Buon 2011 a tutti, un anno nuovo nella consapevolezza che i sogni del giorno di festa li dimenticheremo presto, conserviamo però la speranza che loro possano ricordarsi di noi.(di Pino de Luca)


martedì 21 dicembre 2010

Buon Natale


Ai pochissimi,occasionali lettori di questo blog i miei auguri di Buon Natale...


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domenica 12 dicembre 2010

Curiosità:Rigatoni o zite? Qui la forma è sostanza

Centinaia di formati di pasta, migliaia se scendiamo nelle straordinarie madie di piccoli pastifici locali. Ogni formato con un suo nome e una sua storia. Impossibile stabilire il padre di un formato, figuriamoci il padrino.
Però una classificazione etimologica possiamo approcciarla.
Il termine più antico è lasagna, derivazione diretta di “lagana”, ovvero striscia.
Subito appresso abbiamo i vermicelli, la tryah, così chiamati per la loro forma lunga e, poiché fatti manualmente, anche ritorta.
Simili allo spago, più lunghi e sottili perché derivati dai primi profilati, gli spaghetti.
Gli ziti erano il piatto della “promessa di matrimonio” perché festeggiavano un fidanzamento (per appunto gli ziti) e come augurio di prolificità al matrimonio: gli zitoni
Paccheri e schiaffoni sono onomatopeici, è il rumore di quando cadono nel sugo.
Rigatoni e millerighe, cugini magri dei paccheri per il bordo tanto zigrinato da raccogliere il massimo del condimento.
Poi i nomi da similitudine con oggetti d'uso comune: ruote, anelli, crocette, anellini, fettucce.
Da similitudine con parti del corpo: lingue e linguine, capellini, orecchiette, gomiti, tortellini (ombelico), occhi e ricci.
Da similitudini della natura: lumache, farfalle e farfalline e farfalloni, conchiglie, telline, occhi di lupo, occhi di elefante, semi di mela, semi di melone, acini di pepe, lenti, sedani e sedanini, rosmarino.
Ed eccoci alle similitudini con l'abbigliamento: trenette (piccole trine), bavette, maniche e mezze maniche, creste, stivaletti, fiocchi, pennacchi, guanti e fibbie.
Poi forme geometriche: quadrucci, tubetti e tubettini e tubettoni, cannoli, cannelloni e canneroni.
Eventi storico-geografici: tripolini e assabesi legati al colonialismo italiano in Africa. Mafalde, mafaldine, margherite dai nomi di regine dell'italico regno.
Dalla fede paternostri e avemaria (la cui cottura dura il tempo della preghiera …)
I fedelini invece non c'entrano nulla con la fede, ma poiché assorbono molta acqua il loro nome deriva dall'arabo “fad” che significa crescere.
E poi le forme: fusilli, tortiglioni, eliche; la manifattura con la lama: maltagliati, tagliolini e tagliatelle.
Di penne e pennette lisce o rigate è facile intuire l'origine.
Avanzano gnocchi e bucatini sui quali incidono la forma nel primo caso e la modalità di consumo nel secondo.
Non stiamo qui a spiegare altro che, come è facile intuire dalla varietà dei nomi, la pasta è anche straordinaria creatività.( di Pino de Luca)

domenica 14 novembre 2010

Sentimenti: Volere bene

"Ti voglio bene" è un'espressione molto abusata.si scrive sempre e a chiunque.In realtà volere bene,amare è una cosa molto seria, talvolta è anche doloroso.
Sono molte le volte che non si dice e non si scrive,ma si vuole bene nei fatti,in silenzio,dietro le quinte,in punta di piedi, tanto che non se ne accorgono,talvolta per distrazione, nel peggiore dei casi perchè non ce ne vogliono.Volere bene è saper donare con il cuore,considerare il cuore non solo un muscolo,ma la scrigno del più bello dei sentimenti: l'Amore, in tutte le sue accezioni.

lunedì 8 novembre 2010

Citazionando...

"Se uno di noi, uno qualsiasi di noi essere umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi."
-G.Strada-


domenica 31 ottobre 2010

Il bunga bunga che segna la fine di un regno di Eugenio Scalfari

Le recenti cronache dell'Italia berlusconiana che raccontano l'ennesimo scandalo ormai generalmente etichettato "bunga bunga" mi hanno lasciato al tempo stesso indifferente e stupefatto.
L'indifferenza deriva dal fatto che conosco da trent'anni Silvio Berlusconi e sono da tempo arrivato alla conclusione che il nostro presidente del Consiglio rappresenta per molti aspetti il prototipo dei vizi italiani, latenti nel carattere nazionale insieme alle virtù che certamente non mancano. Siamo laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali.
Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo.
Berlusconi possiede l'indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l'intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore.
È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent'anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni.
Lo scandalo "bunga bunga" non è che l'ennesima conferma di questa pedagogia al rovescio. Perciò non ha ai miei occhi nulla di sorprendente.
Da quando avviò la sua attività immobiliare con denari di misteriosa provenienza, a quando con l'appoggio di Craxi costruì il suo impero televisivo ignorando le ripetute sentenze della Corte costituzionale, a quando organizzò il partito-azienda sulle ceneri della Prima Repubblica logorata dalla corruzione diventata sistema di governo.
A sua volta, su quelle ceneri, il berlusconismo è diventato sistema o regime che dir si voglia: un potere che aveva promesso di modernizzare il paese, sburocratizzarlo, far funzionare liberamente il mercato, diminuire equamente il peso fiscale, sbaraccare le confraternite e rifondare lo Stato.
Il programma era ambizioso ma fu attuato in minima parte negli otto anni di governo della destra ai quali di fatto se ne debbono aggiungere i due dell'ultimo governo Prodi durante i quali il peso dell'opposizione sul paese fu preponderante.
Ma non solo il programma rimase di fatto lettera morta, accadde di peggio. Accadde che il programma fu contraddetto. Il sistema-regime è stato tutto fuorché una modernizzazione liberale, tutto fuorché una visione coerente del bene comune.
Per dieci anni l'istituzione "governo" ha perseguito il solo scopo di difendere la persona di Berlusconi dalle misure di giustizia per i molti reati commessi da lui e dalle sue aziende prima e durante il suo ingresso in politica. Nel frattempo l'istituzione "Parlamento" è stata asservita al potere esecutivo mentre il potere giudiziario è stato quotidianamente bombardato di insulti, pressioni e minacce che si sono anche abbattute sulla Corte costituzionale, sul Csm, sulle Autorità di garanzia e sul Capo dello Stato.
Il "Capo" e i suoi vassalli hanno tentato e tentano di costruire una costituzione materiale incardinata sul presupposto che il Capo deriva la sua autorità dal voto del popolo ed è pertanto sovra-ordinato rispetto ad ogni potere di controllo e di garanzia.
Questa situazione ha avuto il sostegno di quell'Italia che la diseducazione di massa aveva privato d'ogni discernimento critico e che vedeva nel Capo l'esempio da imitare e sostenere.
Il cortocircuito che questa situazione ha determinato nel carattere di una certa Italia ha fatto sì che Berlusconi esibisca i propri vizi, la propria ricchezza, la sistematica violazione delle regole istituzionali e perfino del buongusto e della buona educazione come altrettanti pregi.
Non passa giorno che non si vanti di quei comportamenti, di quella ricchezza, del numero delle sue ville, del suo amore per le donne giovani e belle, dei festini che organizza "per rilassarsi", degli insulti e delle minacce che lancia a chi non inalbera la sua bandiera. E non c'è giorno in cui quell'Italia da lui evocata e imposta non lo ricopra di applausi e non gli rinnovi la sua fiducia.Leggi tutto (da repubblica.it)

mercoledì 27 ottobre 2010

L'opinione:" I veri ambientalisti a Brindisi"

Il panorama della campagna tipica di quella che fu detta “fascia colonica” muta rapidamente. I filari di vite e gli ulivi secolari fanno spazio a piantagioni di pannelli fotovoltaici a rapido accrescimento, le strade interpoderali e anche quelle provinciali vengono sventrate per calare i cavi che consentono ai venditori la distribuzione dell'energia prodotta.
Ogni tanto qualche sparuto convegno di ritardatari cronici cerca di parlare dei “mali di questa cementificazione selvaggia” dopo aver sonnecchiato per anni e avallato sostanzialmente le scelte quando sono state fatte.
Qualcuno per complicità, qualcuno per connivenza, qualcuno per distrazione e moltissimi per pigrizia. I “protestatari del giorno dopo” segnano la loro presenza con posizioni ormai inutili e buone solo per imbrattar giornali e rilasciare interviste.
Il prossimo passaggio che accadrà in terra di Brindisi sarà l'incenerimento di rifiuti nelle centrali ed in particolare nella centrale Federico II di Cerano, spacciando il CDR come CDRQ e riducendo, ovviamente, l'uso del carbone. Qualcuno griderà alla vittoria per aver ridotto il carbone e qualcun altro per aver contribuito a risolvere il problema dei rifiuti. Ai primi guai, i medesimi: pigri, conniventi, complici o distratti faranno convegni e organizzeranno manifestazioni e grida.
Il fatto è che tra tutti gli “ismi” possibili qualcuno pensò di appropriarsi di quello ambientale, quasi che nel genere umano qualcuno potesse divincolarsi dal rispetto delle regole di natura e porsi al di sopra di esse. E così è nata l'innaturale divisione tra chi è ambientalista e chi dovrebbe appellarsi “deturpista” ma non lo fa preferendo termini più soft: industrialista, sviluppista, o, semplicemente, paraculo. Una divisione che sostanzialmente conviene a tutti. Gli ambientalisti prendono una identità che, in qualche modo, garantisce visibilità e ragione di esistenza anche in piccole minoranze, e gli altri continuano tranquillamente a fare gli affari propri avendo la forza del potere e uno spauracchio da agitare.
E in questa maniera il territorio brindisino è stato martoriato dai tempi dell'industrialismo della chimica, disegno primigenio di uno sviluppo (sic!) che ha corrotto la terra, l'aria, l'acqua e l'anima di questa piccola area del pianeta.
Coscienze che hanno perso l'onore e l'orgoglio, che si vendono tanto al chilo a seconda dell'interesse immediato. Come giustificare i silenzi sulle torce che hanno illuminato i cieli della città più e più volte nel silenzio assordante di autorità, responsabili della sicurezza aziendale, sindacati, ARPA, e “ambientalisti” d'ogni specie? Lo so che qualcuno ha detto, parlato e scritto ma con voce imparagonabilmente più bassa a quella che s'usa per altre vicende.
Ora è intervenuta la magistratura su indagini della DIGOS che risultano “approfondite e circostanziate” condotte con approfondimenti tecnici ineccepibili e logica senza sbavature. Siamo nella medesima situazione che ebbe a verificarsi con il traffico di rifiuti speciali del quale si accorse la Procura di Reggio Calabria …Leggi tutto di Pino De Luca

domenica 10 ottobre 2010

Citazionando....


"I poveri di spirito dicono che dovrei avere un trono d'oro con intarsi di madreperla e gambe di avorio,e mi chiedono perchè abbia scelto invece il semplice legno di cedro deodara.Si dice che questo legno abbia mille anni e abbia visto nascere e morire le città. Il legno sussurra storie di guerrieri,grandi maestri e principi,basta chiederglielo.Forte e compatto è il cedro deodara,ma ricordate che un solo fiammifero può distruggerlo,così come una vita fatta di mille avvenimenti e milioni di ricordi può essere spenta in un secondo."(da "Il quaderno azzurro",James A.Levin pag.22-23 Piemme)


lunedì 4 ottobre 2010

Questioni importanti : Giustizia e Voto

Il problema è un altro. Così affermano, sempre più spesso, coloro che hanno fatto dell'arte di schivare le responsabilità un vero e proprio metodo di galleggiamento.
Qualunque tema venga posto all'attenzione c'è sempre un altro problema più importante e propedeutico.
E invece le cose vanno affrontate. E di petto. Il tempo del cincischio e del tentenno è abbondantemente scaduto.
E le cose che sono sul tappeto sono due: la questione giustizia e la legge elettorale. So bene che vi è l'economia, il precariato, l'ambiente, la guerra, il riscaldamento del clima, la biodiversità, il rapporti etica/biologia e la legge sulle adozioni per i gay. Ma non vi è nulla di più urgente che la questione giustizia e la legge elettorale.
Solo affrontando con determinazione e risolvendo una volta per tutte questi due temi si possono affrontare serenamente tutti gli altri, da qualunque angolazione si parta.
E sulla legge elettorale va reintrodotto il principio di “Elezione del Parlamento”, assolutamente imprescindibile dal rispetto della Carta Costituzionale. Il Parlamento deve essere di eletti e non di nominati, anche se un popolo squinternato come quello italico dovesse regalarci ancora fiori come Borghezio o Dell'Utri. Abbiamo avuto in Parlamento fascisti doc, mafiosi conclamati, fiancheggiatori del terrorismo, pornostar e scoppiati d'ogni categoria. Ma eletti da un popolo che in essi si è riconosciuto. Tocca alla politica trovare il metodo migliore per restituire al popolo la possibilità di eleggere i suoi rappresentanti e, dopo averlo fatto, buttare in discarica l'esperienza del “porcellum” senza alcun rimpianto.
E poi la questione giustizia. Ho letto alcuni interventi sul mio piccolo giornale di provincia. Interventi di personaggi importanti sia in politica che per professione. Ho letto anche libri di persone importanti e sicuramente non tacciabili di retropensieri e piccole connivenze o convenienze. Eppure anche le grandi menti sfuggono il problema, non lo affrontano. In Italia esiste una questione giustizia perché esiste una grande questione criminale. Come sanno fare gli italiani abbiamo capovolto il problema, nascondendoci dietro a retoriche e convenienze.
L'Italia ha da risolvere da molti anni una grande questione criminale. È un paese di mafie, di organizzazioni criminali che hanno sempre avuto referenti nel potere politico ad ogni livello. E si chiamano mafie per questa ragione, altrimenti non avremmo dovuto creare il 416-bis, ci sarebbe stato sufficiente il 416 e basta.
E le mafie vogliono usare il potere politico come terreno di battaglia, muovendosi e muovendo con grande arguzia le loro pedine. Perché le mafie non sono sole, non sono mai state sole. Hanno sempre potuto contare su complicità e connivenze con menti raffinate e raffinatissime, capaci di orientare le correnti politiche ed il consenso.
E la vulgata di questi vent'anni, nel tentativo sciocco di “ristabilire il primato della politica” ha dato corda ad un racconto capovolto, a contrapporre “garantismo” a “giustizialismo” interpretati un po' all'amatriciana. Garantismo tirato in ballo sempre e solo quando la tutela riguardava ricchi e potenti dimentichi quando ad essere coinvolti sono stati dei poveracci.
Nel concreto. Quando l'attuale Presidente del Consiglio ha aperto, e lo ha fatto dal 1993, la questione giustizia non aveva per nulla a cuore la libertà degli italiani, innocenti vittime perseguitate. Semplicemente aveva a cuore la sua libertà. Semplicemente perché tutte le vicende giudiziarie di Berlusconi sono PRECEDENTI la sua discesa in campo come ama dire. Non ha una denuncia nemmeno per uno spillo (e ne avrebbe dovute avere, almeno per il 643 e per il 661 del Codice Penale) da quando fa politica. Ha governato per circa dieci anni avendo come unico scopo quello di salvare il malloppo accumulato con operazioni la cui limpidità è quella della fogna newyorkese quando fanno programmi tv molto noiosi.
Per salvarsi ha aggregato torme di masnadieri di piccolo e grande cabotaggio i quali hanno avuto a che fare molto con i giudici ma sempre come imputati e raramente come vittime o parti lese.LEGGI TUTTO di Pino De Luca

martedì 28 settembre 2010

La risposta arriva puntuale...


Nel comune di Chieri(Torino),l’assessore all’istruzione Giuseppe Pellegrino durante un consiglio comunale, fa una dichiarazione sconcertante: ”Fuori i disabili dalla scuola” la vicenda, descritta con dovizia di particolari dal giornalista de “La Stampa”,Federico Genta la potete leggere QUI

La risposta all'assessore arriva dal "Gruppo mamme H" ed è riportata di seguito:

GRUPPO MAMME H :LETTERA ALL'ASSESSORE PELLEGRINO

Inviata con r/r
All' Assessore all'Istruzione: Giuseppe Pellegrino, comune di Chieri , per conoscenza al Sindaco di Chieri e ai media.

Non troviamo le parole adatte per esprimere l'amarezza e la delusione che ci ha pervaso nel leggere l'articolo pubblicato dal quotidiano La Stampa che riportava quanto da Lei dichiarato in una assemblea del suo Consiglio Comunale: <fuori i disabili dalle scuole.>
In un primo momento pensavamo fosse una provocazione, per richiamare le Istituzioni che Lei rappresenta sollevando l'ormai problema improcrastinabile dell'integrazione e dell'inclusione scolastica dei bambini con disabilità, che negli ultimi anni si è fatta drammatica.
Ma ahimé leggendo tutto l'articolo ci siamo rese conto che questo era solamente il suo pensiero.
Assessore vorremmo spiegarle che la diversità è un valore fondamentale per una società che include, ma, a volte, come in questo caso, la diversità è stata descritta come un maleficio, che danneggia chiunque ne sia a contatto.
Ciò che manca alla gente, è la formazione, la conoscenza, la cultura della diversità, specialmente nelle Istituzioni che lei rappresenta.
La scuola raffigura la via di partenza per imparare a vivere in un contesto diversificato, ad accettare e rispettare le regole, le opinioni altrui, e ancor più importante a considerare il colore diverso della pelle, religione e stato fisico e mentale, come una opportunità di crescita.
Il suo incarico istituzionale, avrebbe dovuto permettere tutto questo, anziché creare imbarazzo alla Giunta a cui appartiene, e sdegno nei confronti di persone che hanno sempre creduto nella uguaglianza e nel rispetto della vita!
Lei è stato indicato per tutelare i diritti delle persone "tutte" , ed è inaccettabile che debba occupare un assessorato così considerevole, dopo aver espresso giudizi di estrema intolleranza e settarismo, che neppure la sua smentita durante la conferenza stampa del 25 settembre ha cancellato dando segno di incompetenza ed inadeguatezza a ricoprire il suo ruolo, non conosce la legge 104/92, la legge 67/06, La Convenzione ONU? Ed è per questo motivo che chiediamo pubblicamente le
SUE DIMISSIONI IMMEDIATE.
Vorremmo rammentarle che c'è anche una disabilità dell'anima, del cuore, e del pensiero, lei Assessore in questo è gravemente disabile, e non sono questi i motivi, per cui chiediamo le sue dimissioni!
GRUPPO MAMME H

mercoledì 1 settembre 2010

Fisiologia:Starnuto al sole

Anche se lo facciamo tutti, i ricercatori non sanno esattamente in che modo il sistema nervoso coordina uno starnuto. E le cose si complicano per alcuni starnuti particolari. La letteratura medica racconta di persone che starnutiscono quando si eccitano o hanno un orgasmo.
Sono noti i casi di una famiglia del Kuwait i cui membri starnutiscono ogni volta che sono a stomaco pieno, e quello di uno studente di medicina che starnutiva ogni giorno alle 8.20. Più comune, ma poco spiegato, è lo "starnuto riflesso fotico", cioè quello che scappa a molti quando si espongono a una luce forte, come quella del Sole. Non tutti ne sono soggetti, sembra esserci una predisposizione genetica. Le ipotesi sull'origine di questa reazione sono diverse. Alcune si concentrano sul nervo trigemino, ma l'unica teoria che spiegherebbe tutti gli starnuti strani coinvolge il bulbo, una parte del tronco encefalico.
Gli stimoli attivano la risposta di un nervo parasimpatico controllato dal bulbo: quando la luce colpisce i nostri occhi, le pupille si contraggono. Se ci eccitiamo aumenta il flusso sanguigno nei genitali. Sono tutte risposte automatiche, parasimpatiche. Come quelle che ci spingono a starnutire normalmente. In alcune persone ci sarebbe un po' di confusione nel bulbo, e la luce che fa contrarre le pupille fa scappare anche uno starnuto.(da New Scientist, internazionale.it)



venerdì 13 agosto 2010

domenica 8 agosto 2010

Il Racconto :"Note Autobiografiche" di Pino De Luca

Il racconto che riporto di seguito rispecchia l'infanzia e l'adolescenza che ciascuno di noi ha vissuto a cavallo tra gli anni sessanta e settanta nei paesi del Salento.

Per lungo tempo abbiamo vissuto su travestimenti opposti. I conservatori, di spirito e comportamento, hanno vestito i panni dei rivoluzionari e gli innovatori vestivano i panni del tradizionalismo e della conservazione.
Il progresso della scienza e delle tecnologie, la conseguente evoluzione economica e sociale hanno prodotto un notevole allungamento della vita media e anche della qualità della medesima.
Così, a oltre cinquant'anni trascorsi nel più tumultuoso dei periodi storici, si possono inanellare ricordi e affastellare le evoluzioni del “sentire comune” di epoche temporalmente vicine eppure lontanissime per concetto.
La diffusione insopportabile delle automobili, almeno nei paesi dell'entroterra salentino, ha molto meno che cinquant'anni. Avevo dodici anni, all'inizio degli anni '70 del secolo breve, che ancora si potevano organizzare i campionati di pallastrada.
A Cellino c'erano ancora i rioni: la strata te Santu Marcu, la 'Mpalata, la Cabbina, le Scole, la Strata te Schinzanu, ecc. con annessi elementi di ulteriore identificazione geografica.
I soprannomi erano d'uso normale, le donne avevano il fazzoletto in testa, il pane si faceva ancora in casa, la mattina “passavanu le crape”, lu Marcu Zzingarieddhru le mungeva e ti dava il latte e, d'estate, passavano i gelatai con il loro mezzo speciale pedali: lu Totò e lu Sparabotte, ora non ricordo chi usava gridare “Geeelati Marìa” per attrarre chi disponeva di dieci o venti lire per l'agognata frescura.
Di bambini e ragazzi ce ne erano tanti, poche televisioni e allora adulti si diventava tardi e di colpo. Ti crescevano i primi peli, la cartolina della leva si avvicinava. Al ritorno eri adulto. Adulto perché avevi servito la patria. L'adolescenza si trascorreva per strada, in campagna e si calcavano immaginarie orme di mitici campioni: Rivera, Mazzola, Lodetti, Hamrin, Haller, Schnellinger, Pizzaballa, Albertosi, Sivori, Sormani, Suarez erano nomi che evocavano sogni lontanissimi, che si imparavano dagli album delle figurine Panini.
E questi eroi si muovevano piccoli e sbiaditi, in bianco e nero sugli schermi bombati di televisioni tanto pesanti quanto rare, diventando giganteschi nell'immaginario di ragazzetti vivaci con gambe e mani sporche di terra e di erba e coreografate da mappe di croste a varia stagionatura. Segni di relazioni con il terreno non sempre amichevoli.
Perché portavamo i calzoncini corti appena il sole di marzo riscaldava l'aria e lasciavamo le scarpe già nel mese di aprile muovendo i piedini, che presto sviluppavano un fondo resistente, su ogni tipo di superficie.
Abitavo alla Cabbina e c'era un campo che spietrammo e spianammo, organizzandolo perché volevamo costruire degli spazi per giocarci. Ed erano importanti le partite che si giocavano. Molte delle quali finivano alle mani, altre già con le mani cominciavano.
Scazzottate memorabili e partite di pallastrada, con palloni che urtavano ovunque e calciatori in erba che dovevano scartare ogni cosa, dribblare ostacoli umani e no.
E ad ogni tiro in porta prepararsi pregare che il portiere la parasse altrimenti ci si doveva preparare ad uno scontro fisico: il portiere chiamava la palla fuori e il tiratore la vedeva all'incrocio dei pali.
E non c'era né palo né traversa e la discussione diventava infinita.
Nel campionato di pallastrada vincevano tutti sempre e la partita finiva per alcuni e altri ne arrivavano a sostituirli, senza soluzione di continuità.
Poi arrivarono le 500, le 600, le 1100, la 127 e la 128, la 124 e la Giulia Super. I campionati furono sospesi, fino all'ultimo resistette la 'Mpalata, Piazza della Repubblica, unico spazio nel quale si potevano dare calci ad un pallone con le regole della pallastrada. Ma finì presto anche lì.
I cellinesi avevano cominciato a fare meno figli e a sviluppare un certo odio verso i giovani: Non sopportavano l'entusiasmo e la voglia di fare allegria, magari anche di buttarla in caciara. Vennero i circoli e l'eleganza, le discoteche e il Ciao, il Boxer e la Moto Morini.
La politica dette una risposta alla fine della pallastrada: in una riedizione delle storie di Guareschi, le gloriose squadre CC Gramsci e Libertas si fronteggiarono per quasi un lustro stimolando la partecipazione dei giovani allo sport e all'agone politico.
Partite epiche quando, per ragioni che solo la storia conosce, le selezioni principali che venivano dalla pallastrada produssero gruppi di calciatori davvero bravi.
Gente che aveva imparato a non sentire il dolore e la fatica, e ogni astuzia nei trailers spietati sulle strade bianche e sugli asfalti approssimati.
Poi anche la politica si disaffezionò ai giovani, li lasciò da soli a macerarsi su quello che sarebbe potuto essere e che invece non è stato.
Passarono anni di tristezza e di pochi eroi che, memori della pallastrada, continuavano a frequentare il campo di calcio antico e mai finito, luogo di mille diatribe filosofiche e culturali.
Vi erano anche alcuni dei puristi della pallastrada, masochisti imperterriti e intellettualmente sviluppati che continuarono a giocare ad ostacoli. Nel luogo più difficile e tormentato: il boschetto. Era lì che si misurava la balentìa del vero lottatore di pallastrada. Piedi nudi su tappeti di aghi di pino che nascondevano sassi puntuti, rizzieddhri e radici d'albero dure e nodose che sporgevano dal terreno. Correre, scartare, crossare, fintare, entrare in tackle su caviglie rosse di terra e di colpi in un sabba frenetico e senza sosta. E dopo, sfiniti, stendersi a terra, mangiare pinoli e sognare il domani.
La passione per il calcio non si è mai spenta però, tra alti e bassi, è rimasta a volte sotto la cenere a volte in fiamma vivida e brillante.LEGGI TUTTO

sabato 7 agosto 2010

Notizie:I segreti dell'enzima che ripara i danni da UV

La fotoliasi, capace di proteggere efficacemente dai danni genetici prodotti dall'esposizione alla luce solare, è assente dall'organismo umano

Per resistere all'azione dei raggi ultravioletti moltissime specie animali - dai batteri e dai lieviti agli insetti, dai pesci fino ai marsupiali - possiedono un enzima, la fotoliasi, che interviene non appena la radiazione ha danneggiato il DNA per ricostituirne la forma integra.
Questo enzima è però assente nei mammiferi placentati e in particolare nell'uomo, e ciò spiega la facilità con cui nella nostra specie si presentano tumori della pelle come il melanoma, favoriti dall'esposizione protratta al sole.
Ora un gruppo di ricercatori della Ohio State University è riuscito a identificare i dettagli del meccanismo d'azione della fotoliasi, che vengono descritti in un articolo pubblicato su Nature.
L'enzima fotoliasi, in particolare, è in grado di "iniettare" un singolo elettrone e un protone in corrispondenza del punto in cui il filamento di DNA è danneggiato per riportarlo all'integrità nell'arco di pochi miliardesimi di secondo.
"Sembra semplice, ma queste due particelle di fatto innescano una serie molto complessa di reazioni chimiche, che avvengono molto rapidamente e la cui temporizzazione deve essere quella giusta", ha osservato Dongping Zhong, che ha diretto lo studio.
Zhong e colleghi hanno sintetizzato in laboratorio filamenti di DNA per poi esporli a luce ultravioletta in modo da indurvi danni simili a quelli prodotti da un'ustione solare, quindi hanno aggiunto l'enzima per verificare, attraverso l'osservazione con luce laser al picosecondo, che cosa accadesse a livello atomico.
Lo studio ha rivelato che la fotoliasi rompe i legami erronei creati dalla radiazione UV in modo da consentire ai capi del DNA di tornare nella loro posizione originaria. I legami corretti vengono poi ricostituiti attraverso un processo in cui l'elettrone e il protone donati dall'enzima vengano ri-espulsi dal DNA per tornare all'enzima, che è così in grado di ricominciare la propria opera in altri punti danneggiati.
Ora che si sono identificati i meccanismi secondo cui opera la fotoliasi, ha detto Zhong, è possibile pensare alla progettazione di lozioni e farmaci che proteggano meglio di quelli attuali dalla radiazione solare.
I normali filtri solari convertono i raggi UV in calore o semplicemente li riflettono, ma un filtro che contenesse anche l'enzima potrebbe anche riparare i danni prodotti dai raggi UV che comunque siano riusciti a superare il filtro solare. (gg,da LeScienze)