martedì 29 marzo 2011

Mondo:"Il cimitero dei martiri e il disertore di Ijdabiya"

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Saleh Khamis Elanuani era venuto a portar via la famiglia di suo zio dall'inferno. All'ultimo check point controllato dai ribelli l'avevano avvertito dei rischi, ma non aveva altra scelta. Doveva portarli via prima che i miliziani di Gheddafi prendessero il controllo della città. Sono passati tredici giorni da allora e la sua macchina Toyota Camry bianca, è ancora ferma sul ciglio della strada davanti alla moschea della porta est della città. La portiera aperta, crivellata di colpi. Saleh invece giace senza vita in una cella frigorifero dell'ospedale di Ijdabiya. Quando Abdallah gli solleva il lenzuolo dal volto, mi giro dall'altra parte per allontanare dagli occhi l'immagine del cervello che gli esce da dietro la testa. Gli hanno sparato alla nuca. Un colpo solo. Giustiziato. La vita di Saleh è finita così. Abdallah si avvicina e lo bacia sulla fronte. È un martire, dice con un misto di commozione e di sollievo. La verità è che è finita. L'assedio di Ijdabiya, dopo 13 giorni di combattimenti è cessato stanotte.

Da due giorni un anziano sheikh della città aveva tentato inutilmente di negoziare una resa con le truppe di Gheddafi. All'ennesimo rifiuto, ieri è entrata in azione l'aviazione degli alleati. Hanno bombardato a mezzanotte. Le postazioni delle milizie di Gheddafi erano tre. Pochi uomini, ma una forza di fuoco incomparabile con quella dell'armata degli insorti. Sul campo, tra la sabbia, abbiamo contato i resti di 29 carri armati, cinque lanciamissili Grad e una ventina di fuoristrada. Innocue ferraglie deformate dalle esplosioni e annerite dal calore. I pezzi di lamiera sono sparsi ovunque. E una folla di curiosi li fotografa e li smonta per portarsi a casa una bomba, una lamiera, una scarpa o il bossolo di un proiettile. Qua e là, stese sul terreno, ci sono delle coperte di lana verdi. Le avevano messe stamattina per coprire i corpi carbonizzati degli uomini di Gheddafi morti nel bombardamento. Almeno una sessantina, secondo i testimoni. Alla fine della giornata però non siamo riusciti a capire dove li abbiano seppelliti. Al cimitero di Ijdabiya, c'è posto soltanto per le tombe dei martiri.

Il custode del cimitero della città è un signore sudanese sulla cinquantina, del Kordofan, si chiama Jafira. Posa la carriola e ci accompagna in ciabatte. Le tombe dei martiri sono in fila una dietro all'altra. Scarne come vuole la tradizione: una gittata di cemento, una pietra all'altezza della testa e un'altra all'altezza dei piedi. Ma rese ancora più anonime dal fatto che nessuna ha una lapide, per il semplice fatto che la maggior parte dei martiri sono sconosciuti. I più fortunati hanno una kefya annodata da qualche amico a una pietra. E il nome scritto con un chiodo di ferro nel cemento ancora fresco. Dall'inizio dell'assedio, lo scorso 14 marzo, il custode del cimitero di morti ne ha contati 81. Sia civili che insorti. Uccisi sotto i bombardamenti, o colpiti dai cecchini, dai missili e dalle granate dei carri armati.

Gli effetti dei bombardamenti sono ancora visibili. Soprattutto nei quartieri Atlas, 7 October, Sharaa Tarabulus e Sharaa Istanbul. I missili sembrano essere stati lanciati a caso, senza un obiettivo in particolare, soltanto per distruggere e terrorizzare. Vediamo decine di case devastate e addirittura una scuola colpita da un missile e una moschea centrata due volte da un carro armato. Fortunatamente la maggior parte degli abitanti avevano lasciato la città tra lunedì e martedì della settimana scorsa, quando iniziarono i bombardamenti aerei dell'aviazione di Gheddafi sul fronte. Altrimenti il numero di morti avrebbe potuto essere molto più grande. L'ospedale è stato risparmiato, ma tre medici sono ancora dispersi: il neurochirurgo Reda Zuwari, il cardiologo Driss Boushari, e l'anestetista Ali Barq, che fra l'altro è pure cittadino britannico. La loro ambulanza è stata ritrovata crivellata di colpi. E da quel giorno, di loro non c'è più traccia.Leggi tutto

domenica 20 marzo 2011

Citazionando...Adulazione

L'adulazione non viene mai dalle anime grandi, è appannaggio degli spiriti piccini, che riescono a rimpicciolirsi ancor più per meglio entrare nella sfera vitale delle persone intorno a cui gravitano.
(Honoré de Balzac)
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giovedì 10 marzo 2011

L'opinione: "Ipocrisia"

Perché il popolo della pace non scende in piazza contro Gheddafi? Probabilmente perché il leader libico non è il vero problema. L’Europa e gli Stati Uniti hanno bisogno di Gheddafi e degli altri dittatori della regione. Il 17 per cento della popolazione mondiale usa l’80 per cento delle risorse del pianeta. I tiranni che in questi giorni vengono abbattuti sono stati partner affidabili e soci preziosi di governi di destra e di sinistra, di aziende grandi e piccole, di banche e di società petrolifere. Hanno garantito prezzi relativamente stabili e condizioni ragionevoli, in cambio di soldi (per se stessi) e di appoggio politico e militare. Per farlo hanno oppresso i loro popoli. Impedendogli di votare, di parlare, di informarsi, di andare a scuola, di lavorare, di spostarsi, di vivere una vita dignitosa. Da anni, milioni e milioni di persone subiscono una forma di coercizione che qualunque europeo o statunitense non sopporterebbe per più di un minuto. Ma prima di scendere in piazza contro Gheddafi, dovremmo protestare con chi finora ha fatto affari con lui. Dovremmo spiegare a chi ci governa che non accettiamo più nessuna ipocrisia: basta con i dittatori che affamano i loro cittadini per riscaldare le nostre case. Siamo pronti? Giovanni De Mauro(da internazionale.it)

martedì 8 marzo 2011

8 marzo non solo mimose..


Milioni di donne

Milioni di donne
dipanano la vita nel chiuso
di pareti stinte.
Il pianto del bambino di notte
le unisce all'uomo di fianco
e divide
per la sacralità del suo sonno.
Poi viene il tempo
di fare la riga ai capelli
e riannodare le trecce sciolte,
viene il tempo
di soffiare nasi
e lavare ginocchia sbucciate.
Milioni di donne - così -
ad aspettare partenze e distacchi:
ed è sempre l'alba - ai risvegli
il volto è sempre bianco di stanchezza.
Ancora
milioni di donne non sanno
i respiri di betulla
- soltanto la fatica dei giorni -
non sanno i desideri e le braccia
ma solo gli affanni
e i ventri svuotati
che crescono silenzi
nei corpi sconfitti.

-Adriana Scarpa-

mercoledì 2 marzo 2011

17 marzo: Celebrazione o ricorrenza?


La TV commerciale, irrompendo su un popolo incolto e senza protezione intellettuale, è stata come una metastasi che invade un essere privo di anticorpi. Lo ha trasformato, plasmato, rendendolo a sua immagine e somiglianza.
La TV commerciale ha completamente invertito il rapporto tra esistenza e apparenza: prima di essa s'appariva in quanto esistente, dopo di essa si è esistiti in quanto apparenti.
E allora apparire è diventato essenziale, essenziale nel senso più profondo: appaio quindi sono, e l'animale più adattivo della biosfera s'è adattato. Per apparire si può fare qualunque cosa, non v'è etica che possa frenare l'istinto di sopravvivenza e se per sopravvivere bisogna apparire non v'è etica che può fermare l'esigenza di apparire.
Per apparire e perché l'apparizione sia interessante dev'esser partigiana, non ha spazio la noiosa moderazione, la lenta meditazione o la stucchevole buona educazione. Bisogna essere estremi, sopra le righe, non importa se nel giusto o nell'errato, basta essere eccessivi.
Sei una onesta meretrice da 50€ a botta? La TV non ti vuole, prendi 300€ solo per enunciare il diminutivo di Pompeo? Ti facciamo interviste a gogò e ti diamo pure un bell'incarico pubblico.
Sei un truffatore di paese? Ma chi ti fila … Saccheggi i risparmi di centinaia di migliaia di allocchi? Puoi raccontare la tua verità tutte le volte che ti pare nei salotti con telecamera annessa.
E così di seguito … E l'infezione è devastante, colpisce tutti almeno un po' e i sintomi si manifestano inevitabilmente ad ogni occasione.
Adesso siamo tutti investiti dalla celebrazione (o ricorrenza) del 17 marzo. E tutti a scomodare anime patriottarde o post-asburgiche, tifoseria garibaldina e richiami neo borbonici. Italiche genti che, per apparenza televisiva, permettono a dipendenti assenteisti del Ministero della Cultura di fregiarsi d'aggettivi come “colto” e “intelligente” quasi fossero sinonimi di “comiziante” e “scafato”.
E allora via! Chi la spara più grossa? Roberto Benigni, comico splendido, trasmissione più seguita dagli italiani spiega l'Inno d'Italia. Che meravigliosa forma di satira: un comico mostra ad un Paese intero la crassa ignoranza del suo popolo, mostra quanto sia inutile la scuola e quanto sia pappagallesco il canto di schiere di giovani in divisa ai quali nessuno ha spiegato il significato delle parole che hanno salutato per almeno un anno della loro vita, fieri di dire quel “Si” urlando e impettiti a guardare il drappo tricolore che sventola. E loro, tapini pronti a morire per esso, non sanno perché sia Verde, Bianco e Rosso a bande di uguale dimensione e non sanno nemmeno che questo è scritto nella Carta Costituzionale (altro argomento del quale tutti fanno finta d'aver contezza ...).
L'ha fatta grossa Benigni, e ha avuto grande eco. Allora qualcuno, astuto, si prende la briga di rintuzzare facendo le pulci: scopre eccidi dei garibaldini, termini come annessione e repressione si sprecano. Come se un comico dovesse scrivere la storia, ma poi la storia … Chi si prende la briga di leggerla? Chi non legge nemmeno l'Inno della Patria? Ma le pulci servono per apparire, per esser chiamati in TV a ragliare “altri punti di vista”, non importa se giusti o sbagliati ma intanto si va in TV, si appare, testimoniando alla platea dei cultori di immagine un'altra inutile esistenza.
Ha bisogno d'essere esplorato il primo Risorgimento e anche il secondo, sapendo che di paradossi e contraddizioni è fatta la Storia del Mondo e, ovviamente, anche quella Italiana.
17 Marzo. 1942: a Bergen-Belsen viene inaugurata la prima camera a gas di un campo di concentramento nazista; 1971 si scopre il tentativo di colpo di Stato messo in atto da Junio Valerio Borghese; 1981, Villa Gioia, Castiglion Fibocchi provincia di Arezzo, è la villa di Licio Gelli. In essa vi è la lista degli iscritti alla Loggia P2.
Ma è anche il centocinquantesimo della proclamazione del Regno d'Italia. Era il 1861 e lo festeggeremo cantando l'Inno di Mameli, scritto nell'autunno 1847, vietato ai tempi dei Savoia e diventato Inno d'Italia dopo la proclamazione della Repubblica Italiana. Paradossalmente il 17 marzo 1805 la prima esperienza di Repubblica Italiana, detta Cisalpina con capitale Milano, naufragava consegnandosi all'ala protettrice dell'Imperatore Napoleone I e deponendo il tricolore.
Non apparirò in TV per questa nota e nemmeno per altre, ma posso garantire che, paradossalmente, esisto. Spero solo che qualcuno, leggendola, abbia spento la TV o, almeno, ne abbassato il volume.
W l'Italia (di Pino De Luca)

mercoledì 23 febbraio 2011

L'opinione :"Ipocriti e cumenda"

Da che mondo è mondo coi dittatori ci si indigna in pubblico e si fanno affari in privato. A volte non ci si indigna neppure: si rimane zitti. Un silenzio interrotto solo dal fruscio dei soldi. Mai visto un politico o un imprenditore andare in Cina inalberando cartelli per il rispetto dei diritti civili. Si diventa esportatori della democrazia solo quando conviene, come in Iraq o in Afghanistan. Però esiste un limite che gli statisti cercano di non valicare ed è il rispetto di sé e del Paese che si rappresenta. Quel senso del decoro e delle istituzioni che ti impone di stringere la mano a Gheddafi, ma ti impedisce di baciargliela. Che ti costringe a riceverlo con tutti gli onori, ma non ti obbliga a trasformare la sua visita in una pagliacciata invereconda, con il dittatore a vita che tiene lezioni di democrazia all’università e pianta la sua tenda beduina in un parco storico della Capitale per ricevervi una delegazione di ragazze prese a nolo.

Berlusconi non ha fatto che applicare alle relazioni internazionali le tecniche di adulazione con cui i vecchi cumenda lombardi stordivano il cliente da intortare. Disposti a tutto pur di compiacerlo, considerando la dignità non tanto un accessorio quanto un ostacolo alla conclusione di un affare. Qualche lettore penserà: il cumenda di Stato è solo meno ipocrita degli altri. Verissimo. Ma a me sta venendo il dubbio che l’antica ipocrisia «borghese», contro cui da ragazzo mi scagliai anch’io, fosse preferibile all’attuale sguaiataggine.di Massimo Gramellini da la Stampa.it

lunedì 14 febbraio 2011

Pensieri su San Valentino...e non solo

14 Febbraio, San Valentino.

Dice Marcello: è possibile pensare ad un vino che si beve in due? Magari che accompagna un piatto che si mangia in due? Si Marcello, è possibile, possibilissimo, piacevole, piacevolissimo. Non scomodo Apicio e nemmeno Mastro Berardo. Io credo però che dei due bisogna parlare, immaginarli, altrimenti tutto diventa oggetto esanime, merce d'accatto, tintinnar di moneta o, peggio, manifesto di potere. L'amore è resa, abbandono, rilascio d'ogni resistenza, abbandono d'ogni calcolo e raffronto, sublimazione nel pensiero e nell'immaginario singolo e condiviso. È ossimoro fecondo nell'irrazionale lucidità che l'accompagna, nel confuso miscelar di membra che assegna nette funzioni ad ogni parte del corpo, nella violenta vitalità che ogni cellula sopita porta al risveglio. E i due me li immagino maturi, di lunga pezza, che si conoscono bene da tanto e che non hanno perduto la voglia di stupirsi. L'uno con la passione di agghindar la tavola e l'altro con quella di preparar da mangiare. E siccome io prediligo la seconda della seconda vi dico. In frigo una bottiglia di Spumante Rosé Rosa del Golfo. Ci si procurano alcune fette sottili di Capocollo di Martina, una dozzina di gamberoni Gallipolini e un avocado sodo e maturo. OEVO, sale nero di Cipro, pepe bianco, erba cipollina e un limone e un'arancia, e della rucola selvatica.

In una bottiglietta come quella dei succhi di frutta ben lavata si mette qualche cucchiaio di OEVO e il succo di mezzo limone, un pizzico di sale e del pepe. I gamberoni si privano di testa e carapace, si dispongono in una terrina e, agitata la bottiglietta, si bagnano con l'emulsione che s'ottiene e si lasciano riposare. Intanto si pulisce l'avocado, si taglia a tocchetti e si dispone in una zuppiera bagnandolo con il restante succo di limone. Quando è tempo di servire disporre su un letto di rucola ben lavata i pezzi di avocado e degli spicchi d'arancia tagliati in due, poi i gamberi scolati e, sopra, le fette di capocollo scottate in un dito di olio bollente.

È un piatto di grandi profumi e grandi contrasti come solo l'amore vero sa essere, e lo spumante fresco è lì, per mediare con le sue bollicine tra il calore del capocollo e il gelo dell'avocado, la dolcezza dei gamberi e il piccante della rucola.

E il sale dev'esser nero e il pepe bianco, perché tutto sia diverso da come sembra che il banale non è per chi si ama. Non importa se siete coniugi o amanti, fidanzati o sposati, eterosessuali o omosessuali, io dedico questa piccola cena a tutti coloro che condividono con me l'idea che “chi s'appaga non paga ma, semplicemente, ripaga (se è in grado di farlo)”.

Buon San Valentino a tutti.(di Pino De Luca)

giovedì 10 febbraio 2011

Ricordare la verità:"Italiani nel vero"

Non so bene chi lo abbia ripetuto l'ultima volta, ma è una segnalazione comune in ogni luogo dove si agglomerano “esperti” di comunicazione d'ogni risma: “Una bugia ripetuta mille volte diventa verità.” In ragione delle tendenze politiche si tende ad assegnare questa nefasta affermazione a nazisti o comunisti. Il punto è che la nefasta affermazione non appartiene né agli uni e nemmeno agli altri ma è fatta di uso comune da parte di tanti, tantissimi pacifici e democratici individui che, semplicemente, attraverso la propagazione di una sciocchezza tendono a trarre profitto per sé stessi, raramente, più comunemente per il proprio, come dire, soggetto mantenente, insomma padrone.
Qualche giorno addietro, 27 di gennaio, giornata della memoria. Oggi, 10 di febbraio, giornata del ricordo. Tra le due date due settimane e sulle due date si consumano le menzogne più banali e volgari e si consumano anche sulle due date. Il presente costruisce il passato per giustificarsi.
La radio nazionale, quella della rai e anche le televisioni, per non dire dei film raccontano il 27 gennaio come la data della liberazione di Auschwitz da parte degli alleati. Dovè il falso? Semplice, chi liberò Auschwitz il 27 gennaio fu l'Armata Rossa che, per prima, arrivò pure a Berlino. Il carro armato entra nel campo di concentramento dando forma al sogno del bambino che si salva nascondendosi ovunque nel meraviglioso “La Vita è bella” di Benigni. È un carrarmato con la bandiera a stelle e strisce e Benigni vince l'Oscar. Eppure il carrarmato che entrò ad Auschwitz portava la bandiera rossa e la falce, martello e stella … ma il caro Roberto se lo sognava l'Oscar se avesse rispettato la storia.
Poi le Foibe, qualche decina di migliaia di persone massacrate dai titini alla fine della guerra. Tanta gente innocente buttata nelle grotte carsiche … Tutto vero. Vorrei però riportare un brano del discorso di Benito Mussolini sulla questione istriana:
«Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. [...] I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani»
Il discorso è ben precedente le leggi razziali del 1938 che qualche buontempone tende a definire come conseguenza del patto con Hitler. Mussolini dice queste cose a Pola nel 1920, quando ancora doveva fondare il Partito Nazionale Fascista. Mi piacerebbe che nel giorno del ricordo delle Foibe si ricordassero anche i crimini commessi dagli ustascia e due nomi geografici: Arbe e Gonars.
Abbiamo da liberarci della più grande bugia della nostra storia: “Italiani brava gente”, solo così diventeremo italiani consapevoli. Dopo centocinquant'anni dalla breccia di Porta Pia, forse è ora che l'aspirazione di D'Azeglio sia l'obiettivo per i prossimi cinquant'anni.
So bene che vivo nel paese in cui il capo del sistema scolastico è una signora che ha attraversato tutti gli ordini di scuola conservando i neuroni intonsi: un perfetto robot che esegue gli ordini superiori; vivo nel paese in cui chi parla di meritocrazia alla frase “in media stat virtus” pensa solo alle cosce; vivo nel paese in cui un Parlamento dice di fare le leggi contro i fannulloni e poi si prolunga le ferie perché non ha nulla da fare; vivo nel paese in cui le mignotte hanno il cellulare del Presidente del Consiglio e lo possono chiamare quando vogliono; vivo nel paese in cui si è chiamata rivolta per il cambiamento quella che ha eletto falliti, magnaccia, truffatori e maneggioni di ogni risma al cui cospetto i nani e le ballerine del peggior Craxi fanno la figura dei premi Nobel.
Ma vivo nel paese degli operai che s'alzano la mattina e buttano sangue nelle fonderie e nelle industrie, nel paese di chi sale sui cantieri e ogni volta che torna a casa è felice di aver salvato la pelle, di impiegati costretti a fare lavori alienanti e sbeffeggiati, di donne e di uomini atterriti da un futuro oscuro, di pensionati che vedono sgretolarsi il paese per il quale hanno lottato, vivo nel paese di tanta gente per bene che ha bisogno, io credo, di verità. Per sentirsi italiani. Per sentirsi orgogliosamente italiani, con tanto peso sulle spalle ma anche tanta forza da portarlo senza chinare la schiena.di Pino De Luca

domenica 30 gennaio 2011

Pensiero culinario: Seppia,Verza, Vapore e...Vino

Capita, di rado, ma capita che un amico ti voglia onorare di un regalo. E gli amici conoscono i gusti degli amici e allora ti arriva una confezione di un bel bianco piemontese della zona del Gavi. Un cortese al 100% ad etichetta Podere Saulino. Non sarò io a giudicare questo delizioso bianco secco, ha ricevuto tante premiazioni che il mio giudizio nulla toglierebbe e nulla aggiungerebbe al blasone dell'etichetta. Credo che il modo migliore per onorarlo sia quello di creare una pietanza che ne riveli non tanto le note fruttate dell'incipit, tanto quelle se ne vanno subito, quanto il sentore olfattivo e gustativo della mandorla amara che quando domina è terribile ma quando è in sottofondo è tanto capace di esaltare le sensazioni della papilla e del retrolfatto.

E dunque siamo a ridosso dei giorni della merla, tra qualche giorno è febbraio e la pesca della seppia raggiunge, per un paio di mesi, il suo culmine. Ci occorre una seppia (o due) freschissima e di dimensioni non minuscole, diciamo di un 25-30 cm di lunghezza testa esclusa. Se sono due anche di 15-20 cm. Poi ci occorrono dei filetti di spigola o di nasello o di merluzzo, diciamo 150 grammi e due cucchiai di ricotta di pecora. Sale, pepe nero e una decina di mandorle pelate e tostate. Infine delle foglie di verza.

Separare le sacchette di nero dalla seppia senza romperle, pulire per bene la seppia tenendola intera. Lavarla e asciugarla all'esterno e all'interno.

Frullare i filetti di pesce con la ricotta, il nero della seppia e le mandorle. Salare e pepare il composto che deve essere morbido e compatto. Se dovesse risultare troppo liquido addensare con un cucchiaio di pane grattugiato finissimo e tostato.

Con questo composto riempire la seppia avendo cura di ripiegare i tentacoli lunghi (se non ve li siete già mangiati crudi come faccio io) all'interno del corpo. Se abbiamo fatto un buon lavoro possiamo porre la seppia con la pancia aperta su una foglia di verza e porre sul dorso un'altra foglia di verza, mettere tutto nella vaporiera e cuocere a vapore per una decina di minuti, anche quindici se necessario. In realtà la foglia di verza superiore cotta significa che è cotta pure la seppia.

Si serve su letto di insalata riccia accompagnando con carote al vapore. Condire con un filo di Olio Extra Vergine di Oliva.

Alcune osservazioni sono necessarie. Se la seppia non è freschissima lasciate perdere questa preparazione. Per il ripieno va benissimo il pesce congelato. La ricotta di pecora può esser sostituita con della panna da cucina, perché la ricotta di pecora deve anch'essa esser freschissima.

E chi non ama la verza può usare delle foglie di insalata ma non sa che si perde.

Ecco, credo che questo eccellente Gavi abbia trovato un'ottima compagnia, e io un'ottima cena.(di Pino De Luca,Nuovo Quotidiano di Puglia"La dolce Vita")

domenica 23 gennaio 2011

Pensiero poetico

Questo passo

Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d'oblio,

su acutissime làmine

in bianca maglia d'ortiche,
ti insegnerò mia anima,
questo passo d'addio...

Cristina Campo


mercoledì 12 gennaio 2011

L'opinione:Vicolo cieco in Medio Oriente di Noam Chomsky

Mentre è impegnato a espandere illegalmente le colonie ebraiche in territorio palestinese, il governo israeliano cerca anche di affrontare due problemi: una campagna d’opinione internazionale che Israele considera una “delegittimazione” – cioè criticare i suoi crimini – e un’altra campagna parallela di legittimazione della Palestina.

La “delegittimazione” ha fatto un passo avanti a dicembre, quando Human rights watch ha invitato Washington a “ridurre i finanziamenti a Israele per una cifra corrispondente al costo del sostegno israeliano agli insediamenti”.

L’organizzazione ha chiesto anche di controllare quali contributi esentasse versati da gruppi statunitensi a Israele finanzino violazioni del diritto internazionale. Anche il processo di legittimazione ha compiuto un passo in avanti a dicembre, quando Argentina, Bolivia e Brasile hanno riconosciuto lo Stato di Palestina (Gaza e Cisgiordania), portando a più di cento il numero delle nazioni che lo sostengono.

Secondo il giurista internazionalista John Whitbeck, l’80-90 per cento della popolazione mondiale vive in paesi che riconoscono la Palestina, mentre solo il 10-20 per cento vive in stati che riconoscono il Kosovo. Ma siccome gli Stati Uniti riconoscono il Kosovo e non la Palestina, i mezzi d’informazione di tutto il mondo trattano le due realtà in modo totalmente diverso.

Considerata la scala degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, da dieci anni si dice che un accordo internazionale basato su una soluzione a due stati è impossibile (anche se la maggior parte del mondo la pensa diversamente). Quindi chi ha a cuore i diritti dei palestinesi dovrebbe sperare che Israele occupi tutta la Cisgiordania e che poi una lotta antiapartheid di tipo sudafricano faccia ottenere la piena cittadinanza alla popolazione araba.

Questa tesi presume che anche Israele vorrebbe l’annessione. Invece è molto più probabile che Israele voglia incorporare una buona metà della Cisgiordania, senza assumersi responsabilità sul resto.

Così risolverebbe il “problema demografico” – troppi non ebrei nello stato ebraico – e nel frattempo taglierebbe fuori l’assediata Gaza dal resto della Palestina. Ma l’analogia tra Israele e il Sudafrica è interessante. Una volta creato l’apartheid, i nazionalisti sudafricani bianchi si resero conto che stavano diventando uno stato paria della comunità internazionale.

Nel 1958 il ministro degli esteri informò l’ambasciatore statunitense che la condanna dell’Onu non avrebbe avuto importanza finché il Sudafrica avesse avuto il sostegno degli Stati Uniti.

Durante gli anni settanta l’Onu impose un embargo sulle armi, seguito da campagne di boicottaggio e di disinvestimento. Il Sudafrica reagì con il preciso intento di far infuriare l’opinione pubblica internazionale, con sanguinosi raid militari nei campi di rifugiati dei paesi vicini. Le analogie con il comportamento di Israele oggi sono impressionanti. Basti pensare all’attacco a Gaza del gennaio 2009 e a quello alla Gaza freedom flotilla del maggio 2010.

Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981 garantì pieno appoggio al Sudafrica e all’apartheid. E nel 1988 l’African national congress di Nelson Mandela fu definito da Washington “uno dei più noti gruppi terroristici”.

Poco tempo dopo, però, la politica americana cambiò. Gli Stati Uniti e il Sudafrica capirono che i loro interessi finanziari sarebbero stati avvantaggiati dalla fine dell’apartheid. E così il sistema collassò rapidamente. Il Sudafrica non rappresenta l’unico caso recente in cui la fine del sostegno statunitense a un crimine ha portato a progressi significativi.

Un cambiamento potrebbe avvenire anche nel caso di Israele? Tra gli ostacoli più consistenti ci sono gli stretti legami militari e di intelligence tra gli Stati Uniti e Israele. Il più esplicito sostegno ai crimini israeliani viene infatti dal mondo degli affari. L’industria high-tech statunitense è connessa con la sua controparte israeliana e in questo campo la collaborazione è strettissima.

Inoltre in ballo ci sono fattori culturali importanti. Il sionismo cristiano precede di molto quello ebraico, e non è limitato a quel 30 per cento di americani che crede nella verità letterale della Bibbia. Esprimendo un punto di vista già allora diffuso nell’élite statunitense, Harold Ickes, segretario agli interni di Franklin Delano Roosevelt, descrisse la colonizzazione ebraica della Palestina come un traguardo “senza precedenti nella storia della razza umana”.

Esiste inoltre una solidarietà istintiva degli statunitensi verso una società fondata sugli insediamenti coloniali, vista come una replica della storia americana da un’ottica imperialista.

Per uscire dall’impasse è necessario abbattere l’illusione per cui gli Stati Uniti sono un “onesto intermediario” che cerca di riconciliare tra loro avversari recalcitranti, e ammettere che un negoziato vero dovrebbe essere condotto con Israele e Stati Uniti da una parte e il resto del mondo dall’altra. Se i centri di potere statunitensi saranno costretti dai cittadini a riconoscere la Palestina, molte speranze che oggi sembrano remote potrebbero diventare realizzabili.(trad.A.Sparcino,da internazionale.it)

martedì 4 gennaio 2011

Arriva la Befana...

Tra qualche giorno la vecchia signora che dispensa cose buone ai bimbi buoni e cenere e carbone ai fanciulli cattivi si porta via le “festività natalizie”. Un altro anno si è chiuso, gli auguri per il prossimo si sono scambiati, i regali pure e anche qualche grande abbuffata.

Ho il privilegio di conoscere tante persone, tutte assiepate su gradini diversi della scala sociale, alcune in alto in alto altre in basso in basso. Alcune felici per aver ricevuto dei dolci e una bottiglia di Melarosa o di Brindeasy (quest'anno solo prodotti salentini ho regalato) altri che hanno apprezzato un Donna Lucia del 2006 o un Divoto del 2000.

In tutti, ma proprio in tutti, c'è un denominatore comune: la festa si gode pienamente ma con l'occhio a domani. Preoccupazione e insicurezza sono il denominatore comune del mio ca

mpione di riferimento. In qualche caso anche senza soverchie giustificazioni a tanta ansia.

Lo scrivono e lo dicono in tanti, in troppi: il domani è più un problema che una speranza

. Lo ha rammentato perfino il Presidente Napolitano ricevendo il solito, inutile, stucchevole plauso ecumenico. Una comunità nazionale che ha attraversato la lunga stagione dell'egoismo (quasi trent'anni) individualista e che ora, di fronte ai giganteschi problemi che la normale evoluzione pone, si sente impotente e fragile.

E capisce che non è una percezione. La società che ha riscritto il vocabolario, che ha inventato i diversamente abili e gli ipovedenti, i Lodi e il legittimo impedimento, l'impresa delocalizzata e la finanza creativa in nome di un tutto che progredisce grazie al progresso dei singoli sa che questa storia del reale e del percepito è una balla per allocchi. Sa che le difficoltà non sono percepite ma reali. Procedere contronatura, da individui piuttosto che da società, ha disabituato al lavoro collettivo, al sacrificio di una parte di se per il bene comune. Come leggere diversamente il NIMBY, o la tutela di privilegi corporativi durissimi da estirpare?

La vecchia signora a cavallo di una scopa si porta via le feste e non sarò io a infestare quest'ultimo scampolo di relax rivangando un anno orribile e l'orribile inizio di quest'altro. Solo alcuni vecchi cialtroni rimbambiti e alcuni giovani cortigiani scoppiati di coca continuano a dire che tutto va bene madama la Marchesa.

Noi che sapevamo che così non era, che non siamo stati creduti allora, abbiamo av

uto il tempo per cercare di enunciare una exit strategy. Come al solito ve ne sono diverse. La prima, la più semplice di tutte, è una bella guerra tra uomini che faccia 3-400 milioni di morti (percentuale di popolazione come fu quella della II Guerra Mondiale) e che, liberato lo spazio, t

rascini verso la ripresa i sopravvissuti con il loro carico di ottimismo, le risorse da spartire e le teorie sulla pace per sempre che tanto spopolano dopo un conflitto terribile e tanto scemano passato il ricordo.

Via che sarebbe anche percorribile se non fosse che non si è in grado di sapere da che parte ci saranno le vittime...

Poi c'è un'altra strada, quella di una guerra tra futuro e passato, di un conflitto perm

anente tra le riparazioni che occorre fare e i danni che si sono fatti. Di un ricostruzione seria dell'am

biente, delle condizioni di vita sociale ed economica delle popolazioni dell'intero pianeta. Di una ricerca e di una tecnologia da ampliare per migliorare la vita di tutti piuttosto che il dominio di alcuni.

La strada buona non è difficile comprenderla, più essa include più ci si avvicina alla felicità. Più essa esclude maggiore è la diffusione della sofferenza. Non sono un santo. Solo un semplice deduttore: la sofferenza produce rabbia e la rabbia produce violenza. Se si sceglie la via dello scontro e della sopraffazione, magari utilizzando armi e potere, si deve sapere che questa non dura per sempre e poi non ci si deve lamentare se si va finire appesi a testa in giù.

Le risorse del mondo, nel tempo di una vita, sono limitate. Se diamo loro la possibilità di rinnovarsi possono soddisfare anche chi viene dopo. Bisogna consumare risorse ad una velocità minore o uguale a quella con la quale si riproducono e bisogna distribuirle in forma più equa, questo è tutto. Esiste un capitalismo capace di fare questo? Trovatelo, altrimenti, se il capitalismo è quello che conosciamo la Befana porterà qualcosa e ma non si porterà via le preoccupazioni. E potrebbe accadere che, fra qualche tempo, la Befana porti caramelle ad alcuni e corda saponata ad altri ...(Pino De Luca)

Citazionando...

"La speranza è una buona prima colazione,
ma una pessima cena"

(F.Bacone)

venerdì 31 dicembre 2010

Buon anno e ..."mintiti senzu"

E anche questo San Silvestro sta per spegnersi, il suo tramonto segna l'acquisto di un calendario nuovo e, dopo ampie e conviviali libagioni, lo scambio di auguri tra amici e parenti vicini e lontani per un principio nuovo e speranzoso di fortuna e di serenità.
I ricordi e le promesse si sprecano in queste ore, i ricordi sono tanti e, singolarmente, purgati dalle promesse del medesimo periodo dell'anno precedente. Ognuno, a modo suo, ha mentito. A sé stesso prima che agli altri e poi, cattolicamente, si è perdonato con grande misericordia. Fa parte del nostro bagaglio culturale tener conto del pelo altrui piuttosto che del proprio palo, e possiamo poco o nulla nell'inane battaglia contro il mister Hide che ci alloggia dentro.
Però meglio ritrovarsi a perdonarsi e ripromettersi piuttosto che legger solo bene di ciò che siamo stati. Troppo breve è la vita per sprecarla infliggendosi continui colpi di cilicio.
E allora via con le promesse nuove, anzi esageriamoci, più grandi e colorate di prima, anche più guascone. Che ne so: “l'anno prossimo compro una casa a Monte Carlo o a Saint Lucia, oppure a Roma, vista Colosseo. Il 2011 è l'anno della svolta, in tre giorni ripulisco quel pezzo di giardino dalla immondizia che rischia di tracimare nella casa del vicino. Prometto che aggiusto la pompa sommersa che s'incanta e che, ogni volta che piove, mi fa allagare il garage seminterrato.”
E da buoni italiani già pensiamo a chi attribuire la responsabilità per non aver potuto ottemperare all'impegno nonostante gli sforzi. E, contemporaneamente, ci autocelebriamo per aver dato ragioni non banali alle conversazioni delle prossime vacanze natalizie, quasi piccati perché nessuno ci ringrazia.
Ormai appesantito dagli anni quasi come dai chili, non trovo più interessante farmi delle promesse. Oroscopi ed aruspici, chiromanti ed indovini li trovo molto divertenti nella loro goffa e redditizia aura di severità dalla quale sentenziano sensazionali idiozie. Trovo divertente che la quasi totalità della popolazione sia preda delle affabulazioni di personaggi al limite del guaio che ciarlano di trigoni e quadrati, di sestili e case come vecchi Caldei e novelli veggenti.
Trovo interessante, ad esempio, cercare le ragioni per le quali menti umane di QI di media dimensione siano capaci di appassionarsi anche morbosamente alla tragica fine di una fanciulla di quindici anni e se ne strafottano di un ragazzo di diciotto anni terminato a colpi di lupara semplicemente perché si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato. Eppure i due fatti accadono a meno di mezz'ora di auto uno dall'altro e, temporalmente, a meno di tre mesi di distanza.
Fa paio, quanto sopra, con la convinzione generalizzata che ciascuno sa far tutto e meglio quando l'evidenza di ogni giorno è che ogni cosa viene fatta male o semplicemente rimandata.
Non è tutto sbagliato e tutto da rifare, per carità, l'ottimismo della volontà è il motore della vita ma non possiamo fare un piccolo sforzo collettivo?
Va bene con le promesse, le speranze esagerate e le autoassoluzioni, la sfiga e l'opposizione di Marte, i ciclo dei Maya e le eruzioni vulcaniche impreviste, ma non possiamo, tutti insieme, implorare il motore immobile, pregare il sempiterno qualunque nome possieda, far sacrifici alle forze della natura, scomodare finanche Masau'hu, la trinità Arta Kama e Sashtra, Visnù, Kalì, e le anime dei morti perché il 2011 sia un po' più prodigo di buon senso per tutti?
Il caro, vecchio, mitico buon senso che fa mettere le cose un po' al loro posto, magari senza grandi effetti speciali, senza illusioni ottiche e senza spacconate da venditori di miracoli. Forse un po' noioso nella sua semplicità ma capace di restituire dimensione umana a quello che ci accade intorno.
Il vecchio buon senso che restituisca ai pastori sardi la possibilità di vivere decentemente del loro lavoro e a noi di gustare “su casu” fatto come si deve. Il vecchio buon senso che faccia produrre, olio, pane e vino secondo le norme igieniche stabilite dai cervelloni ma anche secondo le norme determinate da una storia millenaria.
Il buon senso che ci fa diffidare da chi sbraita le sue ottime ragioni spiegando che per secoli abbiamo sbagliato ogni cosa, il caro buon senso che ci fa fare la domanda giusta: se l'umanità avesse davvero sbagliato tutto per millenni come si spiega che è sopravvissuta?
Il buon senso che ci permette di mandare a spasso chi promette di moltiplicare pani e pesci senza avere l'umiltà di essere il più inutile dei servi.
Io questo chiedo al 2011, buon senso per tutti e per me, un desiderio proprio privato: un vino nuovo, salentino naturale e incapace di viaggiare. Inesportabile.
Un rosato secco e appena mosso, che nel colore ha catturato la luce del sole che si tuffa nello Jonio prima di sera in un giorno d'estate, che al naso faccia sentire l'odore di rosa canina e le note di agrumi. Di gusto fresco e sapido come la spuma delle onde dell'Adriatico che sbattono sulle scogliere di Novaglie spinte dalla tramontana.
Un vino brillante capace di accompagnarsi con una forma di primo sale e delle fave fresche.
Me lo immagino, da consumare all'ombra di una pergola, di pomeriggio, al tepore del sole di maggio. Un vino giovane e gaglioffo che impalmi una sposa speciale: la polpa dei ricci di mare consumati in piedi vicino ad una bancarella nel mercato di Gallipoli una mattina d'estate.
Questo io chiedo nel 2011, amici che amate la terra e che operate le vostre arti in cantina.
Il Mini Fut è quello che ci aiuta a passare sopra le quotidiane idiozie, per il 2011 io chiedo un vino che si chiama “Senzu”, serve per ravvivare la speranza nel futuro.
Son certo che qui, in questa terra può nascere il “Senzu”, potete farlo nascere e quando qualcuno ci dirà “Minti senzu” non sarà solo un invito a riflettere, ma anche a condividere un bicchiere.
Buon 2011 a tutti, un anno nuovo nella consapevolezza che i sogni del giorno di festa li dimenticheremo presto, conserviamo però la speranza che loro possano ricordarsi di noi.(di Pino de Luca)


martedì 21 dicembre 2010

Buon Natale


Ai pochissimi,occasionali lettori di questo blog i miei auguri di Buon Natale...


Cliccare sulle note per ascoltare...

domenica 12 dicembre 2010

Curiosità:Rigatoni o zite? Qui la forma è sostanza

Centinaia di formati di pasta, migliaia se scendiamo nelle straordinarie madie di piccoli pastifici locali. Ogni formato con un suo nome e una sua storia. Impossibile stabilire il padre di un formato, figuriamoci il padrino.
Però una classificazione etimologica possiamo approcciarla.
Il termine più antico è lasagna, derivazione diretta di “lagana”, ovvero striscia.
Subito appresso abbiamo i vermicelli, la tryah, così chiamati per la loro forma lunga e, poiché fatti manualmente, anche ritorta.
Simili allo spago, più lunghi e sottili perché derivati dai primi profilati, gli spaghetti.
Gli ziti erano il piatto della “promessa di matrimonio” perché festeggiavano un fidanzamento (per appunto gli ziti) e come augurio di prolificità al matrimonio: gli zitoni
Paccheri e schiaffoni sono onomatopeici, è il rumore di quando cadono nel sugo.
Rigatoni e millerighe, cugini magri dei paccheri per il bordo tanto zigrinato da raccogliere il massimo del condimento.
Poi i nomi da similitudine con oggetti d'uso comune: ruote, anelli, crocette, anellini, fettucce.
Da similitudine con parti del corpo: lingue e linguine, capellini, orecchiette, gomiti, tortellini (ombelico), occhi e ricci.
Da similitudini della natura: lumache, farfalle e farfalline e farfalloni, conchiglie, telline, occhi di lupo, occhi di elefante, semi di mela, semi di melone, acini di pepe, lenti, sedani e sedanini, rosmarino.
Ed eccoci alle similitudini con l'abbigliamento: trenette (piccole trine), bavette, maniche e mezze maniche, creste, stivaletti, fiocchi, pennacchi, guanti e fibbie.
Poi forme geometriche: quadrucci, tubetti e tubettini e tubettoni, cannoli, cannelloni e canneroni.
Eventi storico-geografici: tripolini e assabesi legati al colonialismo italiano in Africa. Mafalde, mafaldine, margherite dai nomi di regine dell'italico regno.
Dalla fede paternostri e avemaria (la cui cottura dura il tempo della preghiera …)
I fedelini invece non c'entrano nulla con la fede, ma poiché assorbono molta acqua il loro nome deriva dall'arabo “fad” che significa crescere.
E poi le forme: fusilli, tortiglioni, eliche; la manifattura con la lama: maltagliati, tagliolini e tagliatelle.
Di penne e pennette lisce o rigate è facile intuire l'origine.
Avanzano gnocchi e bucatini sui quali incidono la forma nel primo caso e la modalità di consumo nel secondo.
Non stiamo qui a spiegare altro che, come è facile intuire dalla varietà dei nomi, la pasta è anche straordinaria creatività.( di Pino de Luca)

domenica 14 novembre 2010

Sentimenti: Volere bene

"Ti voglio bene" è un'espressione molto abusata.si scrive sempre e a chiunque.In realtà volere bene,amare è una cosa molto seria, talvolta è anche doloroso.
Sono molte le volte che non si dice e non si scrive,ma si vuole bene nei fatti,in silenzio,dietro le quinte,in punta di piedi, tanto che non se ne accorgono,talvolta per distrazione, nel peggiore dei casi perchè non ce ne vogliono.Volere bene è saper donare con il cuore,considerare il cuore non solo un muscolo,ma la scrigno del più bello dei sentimenti: l'Amore, in tutte le sue accezioni.

lunedì 8 novembre 2010

Citazionando...

"Se uno di noi, uno qualsiasi di noi essere umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi."
-G.Strada-


domenica 31 ottobre 2010

Il bunga bunga che segna la fine di un regno di Eugenio Scalfari

Le recenti cronache dell'Italia berlusconiana che raccontano l'ennesimo scandalo ormai generalmente etichettato "bunga bunga" mi hanno lasciato al tempo stesso indifferente e stupefatto.
L'indifferenza deriva dal fatto che conosco da trent'anni Silvio Berlusconi e sono da tempo arrivato alla conclusione che il nostro presidente del Consiglio rappresenta per molti aspetti il prototipo dei vizi italiani, latenti nel carattere nazionale insieme alle virtù che certamente non mancano. Siamo laboriosi, pazienti, adattabili, ospitali.
Ma anche furbi, vittimisti, millantatori, anarcoidi, insofferenti di regole, commedianti. Egoismo e generosità si fronteggiano e così pure trasformismo e coerenza, disprezzo delle istituzioni e sentimenti di patriottismo.
Berlusconi possiede l'indubbia e perversa capacità di aver evocato gli istinti peggiori del paese. I vizi latenti sono emersi in superficie ed hanno inquinato l'intera società nazionale ricacciando nel fondo la nostra parte migliore.
È stato messo in moto un vero e proprio processo di diseducazione di massa che dura da trent'anni avvalendosi delle moderne tecnologie della comunicazione e deturpando la mentalità delle persone e il funzionamento delle istituzioni.
Lo scandalo "bunga bunga" non è che l'ennesima conferma di questa pedagogia al rovescio. Perciò non ha ai miei occhi nulla di sorprendente.
Da quando avviò la sua attività immobiliare con denari di misteriosa provenienza, a quando con l'appoggio di Craxi costruì il suo impero televisivo ignorando le ripetute sentenze della Corte costituzionale, a quando organizzò il partito-azienda sulle ceneri della Prima Repubblica logorata dalla corruzione diventata sistema di governo.
A sua volta, su quelle ceneri, il berlusconismo è diventato sistema o regime che dir si voglia: un potere che aveva promesso di modernizzare il paese, sburocratizzarlo, far funzionare liberamente il mercato, diminuire equamente il peso fiscale, sbaraccare le confraternite e rifondare lo Stato.
Il programma era ambizioso ma fu attuato in minima parte negli otto anni di governo della destra ai quali di fatto se ne debbono aggiungere i due dell'ultimo governo Prodi durante i quali il peso dell'opposizione sul paese fu preponderante.
Ma non solo il programma rimase di fatto lettera morta, accadde di peggio. Accadde che il programma fu contraddetto. Il sistema-regime è stato tutto fuorché una modernizzazione liberale, tutto fuorché una visione coerente del bene comune.
Per dieci anni l'istituzione "governo" ha perseguito il solo scopo di difendere la persona di Berlusconi dalle misure di giustizia per i molti reati commessi da lui e dalle sue aziende prima e durante il suo ingresso in politica. Nel frattempo l'istituzione "Parlamento" è stata asservita al potere esecutivo mentre il potere giudiziario è stato quotidianamente bombardato di insulti, pressioni e minacce che si sono anche abbattute sulla Corte costituzionale, sul Csm, sulle Autorità di garanzia e sul Capo dello Stato.
Il "Capo" e i suoi vassalli hanno tentato e tentano di costruire una costituzione materiale incardinata sul presupposto che il Capo deriva la sua autorità dal voto del popolo ed è pertanto sovra-ordinato rispetto ad ogni potere di controllo e di garanzia.
Questa situazione ha avuto il sostegno di quell'Italia che la diseducazione di massa aveva privato d'ogni discernimento critico e che vedeva nel Capo l'esempio da imitare e sostenere.
Il cortocircuito che questa situazione ha determinato nel carattere di una certa Italia ha fatto sì che Berlusconi esibisca i propri vizi, la propria ricchezza, la sistematica violazione delle regole istituzionali e perfino del buongusto e della buona educazione come altrettanti pregi.
Non passa giorno che non si vanti di quei comportamenti, di quella ricchezza, del numero delle sue ville, del suo amore per le donne giovani e belle, dei festini che organizza "per rilassarsi", degli insulti e delle minacce che lancia a chi non inalbera la sua bandiera. E non c'è giorno in cui quell'Italia da lui evocata e imposta non lo ricopra di applausi e non gli rinnovi la sua fiducia.Leggi tutto (da repubblica.it)

mercoledì 27 ottobre 2010

L'opinione:" I veri ambientalisti a Brindisi"

Il panorama della campagna tipica di quella che fu detta “fascia colonica” muta rapidamente. I filari di vite e gli ulivi secolari fanno spazio a piantagioni di pannelli fotovoltaici a rapido accrescimento, le strade interpoderali e anche quelle provinciali vengono sventrate per calare i cavi che consentono ai venditori la distribuzione dell'energia prodotta.
Ogni tanto qualche sparuto convegno di ritardatari cronici cerca di parlare dei “mali di questa cementificazione selvaggia” dopo aver sonnecchiato per anni e avallato sostanzialmente le scelte quando sono state fatte.
Qualcuno per complicità, qualcuno per connivenza, qualcuno per distrazione e moltissimi per pigrizia. I “protestatari del giorno dopo” segnano la loro presenza con posizioni ormai inutili e buone solo per imbrattar giornali e rilasciare interviste.
Il prossimo passaggio che accadrà in terra di Brindisi sarà l'incenerimento di rifiuti nelle centrali ed in particolare nella centrale Federico II di Cerano, spacciando il CDR come CDRQ e riducendo, ovviamente, l'uso del carbone. Qualcuno griderà alla vittoria per aver ridotto il carbone e qualcun altro per aver contribuito a risolvere il problema dei rifiuti. Ai primi guai, i medesimi: pigri, conniventi, complici o distratti faranno convegni e organizzeranno manifestazioni e grida.
Il fatto è che tra tutti gli “ismi” possibili qualcuno pensò di appropriarsi di quello ambientale, quasi che nel genere umano qualcuno potesse divincolarsi dal rispetto delle regole di natura e porsi al di sopra di esse. E così è nata l'innaturale divisione tra chi è ambientalista e chi dovrebbe appellarsi “deturpista” ma non lo fa preferendo termini più soft: industrialista, sviluppista, o, semplicemente, paraculo. Una divisione che sostanzialmente conviene a tutti. Gli ambientalisti prendono una identità che, in qualche modo, garantisce visibilità e ragione di esistenza anche in piccole minoranze, e gli altri continuano tranquillamente a fare gli affari propri avendo la forza del potere e uno spauracchio da agitare.
E in questa maniera il territorio brindisino è stato martoriato dai tempi dell'industrialismo della chimica, disegno primigenio di uno sviluppo (sic!) che ha corrotto la terra, l'aria, l'acqua e l'anima di questa piccola area del pianeta.
Coscienze che hanno perso l'onore e l'orgoglio, che si vendono tanto al chilo a seconda dell'interesse immediato. Come giustificare i silenzi sulle torce che hanno illuminato i cieli della città più e più volte nel silenzio assordante di autorità, responsabili della sicurezza aziendale, sindacati, ARPA, e “ambientalisti” d'ogni specie? Lo so che qualcuno ha detto, parlato e scritto ma con voce imparagonabilmente più bassa a quella che s'usa per altre vicende.
Ora è intervenuta la magistratura su indagini della DIGOS che risultano “approfondite e circostanziate” condotte con approfondimenti tecnici ineccepibili e logica senza sbavature. Siamo nella medesima situazione che ebbe a verificarsi con il traffico di rifiuti speciali del quale si accorse la Procura di Reggio Calabria …Leggi tutto di Pino De Luca

domenica 10 ottobre 2010

Citazionando....


"I poveri di spirito dicono che dovrei avere un trono d'oro con intarsi di madreperla e gambe di avorio,e mi chiedono perchè abbia scelto invece il semplice legno di cedro deodara.Si dice che questo legno abbia mille anni e abbia visto nascere e morire le città. Il legno sussurra storie di guerrieri,grandi maestri e principi,basta chiederglielo.Forte e compatto è il cedro deodara,ma ricordate che un solo fiammifero può distruggerlo,così come una vita fatta di mille avvenimenti e milioni di ricordi può essere spenta in un secondo."(da "Il quaderno azzurro",James A.Levin pag.22-23 Piemme)


lunedì 4 ottobre 2010

Questioni importanti : Giustizia e Voto

Il problema è un altro. Così affermano, sempre più spesso, coloro che hanno fatto dell'arte di schivare le responsabilità un vero e proprio metodo di galleggiamento.
Qualunque tema venga posto all'attenzione c'è sempre un altro problema più importante e propedeutico.
E invece le cose vanno affrontate. E di petto. Il tempo del cincischio e del tentenno è abbondantemente scaduto.
E le cose che sono sul tappeto sono due: la questione giustizia e la legge elettorale. So bene che vi è l'economia, il precariato, l'ambiente, la guerra, il riscaldamento del clima, la biodiversità, il rapporti etica/biologia e la legge sulle adozioni per i gay. Ma non vi è nulla di più urgente che la questione giustizia e la legge elettorale.
Solo affrontando con determinazione e risolvendo una volta per tutte questi due temi si possono affrontare serenamente tutti gli altri, da qualunque angolazione si parta.
E sulla legge elettorale va reintrodotto il principio di “Elezione del Parlamento”, assolutamente imprescindibile dal rispetto della Carta Costituzionale. Il Parlamento deve essere di eletti e non di nominati, anche se un popolo squinternato come quello italico dovesse regalarci ancora fiori come Borghezio o Dell'Utri. Abbiamo avuto in Parlamento fascisti doc, mafiosi conclamati, fiancheggiatori del terrorismo, pornostar e scoppiati d'ogni categoria. Ma eletti da un popolo che in essi si è riconosciuto. Tocca alla politica trovare il metodo migliore per restituire al popolo la possibilità di eleggere i suoi rappresentanti e, dopo averlo fatto, buttare in discarica l'esperienza del “porcellum” senza alcun rimpianto.
E poi la questione giustizia. Ho letto alcuni interventi sul mio piccolo giornale di provincia. Interventi di personaggi importanti sia in politica che per professione. Ho letto anche libri di persone importanti e sicuramente non tacciabili di retropensieri e piccole connivenze o convenienze. Eppure anche le grandi menti sfuggono il problema, non lo affrontano. In Italia esiste una questione giustizia perché esiste una grande questione criminale. Come sanno fare gli italiani abbiamo capovolto il problema, nascondendoci dietro a retoriche e convenienze.
L'Italia ha da risolvere da molti anni una grande questione criminale. È un paese di mafie, di organizzazioni criminali che hanno sempre avuto referenti nel potere politico ad ogni livello. E si chiamano mafie per questa ragione, altrimenti non avremmo dovuto creare il 416-bis, ci sarebbe stato sufficiente il 416 e basta.
E le mafie vogliono usare il potere politico come terreno di battaglia, muovendosi e muovendo con grande arguzia le loro pedine. Perché le mafie non sono sole, non sono mai state sole. Hanno sempre potuto contare su complicità e connivenze con menti raffinate e raffinatissime, capaci di orientare le correnti politiche ed il consenso.
E la vulgata di questi vent'anni, nel tentativo sciocco di “ristabilire il primato della politica” ha dato corda ad un racconto capovolto, a contrapporre “garantismo” a “giustizialismo” interpretati un po' all'amatriciana. Garantismo tirato in ballo sempre e solo quando la tutela riguardava ricchi e potenti dimentichi quando ad essere coinvolti sono stati dei poveracci.
Nel concreto. Quando l'attuale Presidente del Consiglio ha aperto, e lo ha fatto dal 1993, la questione giustizia non aveva per nulla a cuore la libertà degli italiani, innocenti vittime perseguitate. Semplicemente aveva a cuore la sua libertà. Semplicemente perché tutte le vicende giudiziarie di Berlusconi sono PRECEDENTI la sua discesa in campo come ama dire. Non ha una denuncia nemmeno per uno spillo (e ne avrebbe dovute avere, almeno per il 643 e per il 661 del Codice Penale) da quando fa politica. Ha governato per circa dieci anni avendo come unico scopo quello di salvare il malloppo accumulato con operazioni la cui limpidità è quella della fogna newyorkese quando fanno programmi tv molto noiosi.
Per salvarsi ha aggregato torme di masnadieri di piccolo e grande cabotaggio i quali hanno avuto a che fare molto con i giudici ma sempre come imputati e raramente come vittime o parti lese.LEGGI TUTTO di Pino De Luca

martedì 28 settembre 2010

La risposta arriva puntuale...


Nel comune di Chieri(Torino),l’assessore all’istruzione Giuseppe Pellegrino durante un consiglio comunale, fa una dichiarazione sconcertante: ”Fuori i disabili dalla scuola” la vicenda, descritta con dovizia di particolari dal giornalista de “La Stampa”,Federico Genta la potete leggere QUI

La risposta all'assessore arriva dal "Gruppo mamme H" ed è riportata di seguito:

GRUPPO MAMME H :LETTERA ALL'ASSESSORE PELLEGRINO

Inviata con r/r
All' Assessore all'Istruzione: Giuseppe Pellegrino, comune di Chieri , per conoscenza al Sindaco di Chieri e ai media.

Non troviamo le parole adatte per esprimere l'amarezza e la delusione che ci ha pervaso nel leggere l'articolo pubblicato dal quotidiano La Stampa che riportava quanto da Lei dichiarato in una assemblea del suo Consiglio Comunale: <fuori i disabili dalle scuole.>
In un primo momento pensavamo fosse una provocazione, per richiamare le Istituzioni che Lei rappresenta sollevando l'ormai problema improcrastinabile dell'integrazione e dell'inclusione scolastica dei bambini con disabilità, che negli ultimi anni si è fatta drammatica.
Ma ahimé leggendo tutto l'articolo ci siamo rese conto che questo era solamente il suo pensiero.
Assessore vorremmo spiegarle che la diversità è un valore fondamentale per una società che include, ma, a volte, come in questo caso, la diversità è stata descritta come un maleficio, che danneggia chiunque ne sia a contatto.
Ciò che manca alla gente, è la formazione, la conoscenza, la cultura della diversità, specialmente nelle Istituzioni che lei rappresenta.
La scuola raffigura la via di partenza per imparare a vivere in un contesto diversificato, ad accettare e rispettare le regole, le opinioni altrui, e ancor più importante a considerare il colore diverso della pelle, religione e stato fisico e mentale, come una opportunità di crescita.
Il suo incarico istituzionale, avrebbe dovuto permettere tutto questo, anziché creare imbarazzo alla Giunta a cui appartiene, e sdegno nei confronti di persone che hanno sempre creduto nella uguaglianza e nel rispetto della vita!
Lei è stato indicato per tutelare i diritti delle persone "tutte" , ed è inaccettabile che debba occupare un assessorato così considerevole, dopo aver espresso giudizi di estrema intolleranza e settarismo, che neppure la sua smentita durante la conferenza stampa del 25 settembre ha cancellato dando segno di incompetenza ed inadeguatezza a ricoprire il suo ruolo, non conosce la legge 104/92, la legge 67/06, La Convenzione ONU? Ed è per questo motivo che chiediamo pubblicamente le
SUE DIMISSIONI IMMEDIATE.
Vorremmo rammentarle che c'è anche una disabilità dell'anima, del cuore, e del pensiero, lei Assessore in questo è gravemente disabile, e non sono questi i motivi, per cui chiediamo le sue dimissioni!
GRUPPO MAMME H